Volendo riassumere la poesia di Giovanni Bertacchi io me la figuro talvolta come un’arpa sospesa ai rami di una selva accarezzata dal vento delle Alpi passata tra aiuole di rose, sposando i suoi dolci accordi al canto dell’allodola e al tintinnio di mandre lontane.
La pace virgiliana dei campi domina come sfondo la sua produzione, ma non esce da tale funzione secondaria e decorativa. Il fattore primo è sempre l’uomo. Non abbiamo qui i paesaggi stilizzati e freddi dei poeti decadenti; cielo, monti, alberi, acque vivono per il Nostro in quanto vive egli stesso, in quanto vive l’uomo e la commozione che egli ritrae da un’alba, da un tramonto, da un giuoco di nubi si collega intimamente alle gioie alle tristezze alle ebbrezze umane. La poesia di Bertacchi è materiata di sangue e di anima, poichè la sua passione dà vita a tutte le cose; egli non aspetta dalle forme esterne lo squillo dell’ispirazione, ma accostandosi a ciò che è semplice forma la riveste della propria visione, vi imprime il suggello della propria individualità.
Oltre al fatto di essere nato in mezzo alla vergine natura e di averne assorbite le intime linfe generatrici, ebbe Bertacchi la fortuna che, se accompagnò nei tempi andati i nostri maggiori poeti, si trova in molta decadenza presso i poeti moderni. Voglio dire che la psiche di Bertacchi vibra tutta d’amore, più vicina che mai alla visione che io ebbi dell’opera sua paragonandola a un’arpa sospesa tra i rami di una selva; percossa dal canto delle allodole, lambita dal profumo dei rosai. Quante volte ricorre la rosa nell’immaginazione del nostro poeta! Nel Sogno sulle Alpi troviamo questo elegiaco lamento al quale faranno eco tutti coloro che amarono
Addio!... Nel malinconico poema della vita
questa parola triste cupo un iddio vergò...
Sbocciata appena all’anima la rosa ecco è sfiorita
che l’anima sognò.
Quanto originale, viva, fresca è l’invocazione A quella che non seppe mai.
Dio dei fati gemelli, o dio che fai
coppie di rose, e coppie di destini,