Ci avviciniamo intanto all’isoletta che sorregge Capodistria, unita con una larga diga alla terra ferma, chiusa a tergo da un anfiteatro di colline ubertosissime ricche ancora di quei vigneti sui quali, cessato l’impero di Roma, la repubblica veneta prelevava per il suo Doge arne parecchie di squisitissimo vino.
La prima contrada, a chi si avanza con la impazienza della scoperta, può forse apparire una delusione. A me, una certa monotonia di linee piatte ed incolori e la solitudine di mortorio fecero correre il pensiero ad uno di quei silenziosi paesini del Zuidersee — Marken o Volendam — dove le guide invitano il forestiere per fargli gustare la sensazione arcaia della antica Olanda.
Questo involontario raffronto, non suggerito da alcun ragionamento, ma balzato fuori da impressioni fuggitive cui basta una luce od un segno per ricondurre dai lontani recessi della memoria, mi rese più vivo il senso di sorpresa e di ammirazione quando svoltato un angolo deserto, mi trovai dinanzi la nobile facciata del palazzo Taco.
È una specialità dell’Italia quella impronta particolarmente signorile che la storia e l’arte nostra hanno impressa su certe vecchie dimore sperdute in piccole città, in piccoli villaggi e che apparendoci così improvvisamente dentro l’umile cornice rusticana sembra dare una salutare sferzata al nostro orgoglio di grande razza. Cotali segni, che io chiamerei il blasone gentilizio di un popolo, si cercherebbero invano altrove. Lo Zuidersee fuggì subito dal mio pensiero. Dinanzi al palazzo Taco sentii di calcare il suolo italiano.
Ma questa non era che una preparazione al miracolo della piazza — la piazza che si chiama dei Signori come quelle di Treviso, di Verona, di Vicenza, di Spalato, di altre ed altre nostre piazze venete. — È serrata, la piazza di Capodistria, fra il Duomo, il palazzo del Podestà e la volta pittoresca di Callegaria sorella gemella di Frezzeria e di Merceria; e al pari delle case alte, addossate, piene di finestre fra il gotico e il bizantino; al pari della gente che vi abita; al pari del dialetto che vi si parla, deliziosamente, profondamente, straziantemente venete.
Delle antichissime mura romane che in duplice giro vuolsi circondassero la città si ha tuttora la porta detta della Muda e lo stemma che dalla primitiva denominazione di Capri (poi mutata in Capo ed estesa a tutta l’Istria) reca un caprone ritto sulla montagna. Venezia e Roma hanno fatto ciascuna a Capodistria un dono delle loro civiltà. L’Austria, attuale dominatrice, vi ha pure edificato qualche cosa: un grande ergastolo!
Sotto l’arco di Callegaria mi fermai a guardare la lapide murata intorno alla bocca del Leone — ricordo della Serenissima — ma più ancora a decifrare al disopra dell’iscrizione latina due brevi parole scritte in rosso; Viva Oberdan.
— Non si fermi — mi disse rapidamente la mia guida; è meglio che Essi ignorino.
E al vedere la mia meraviglia soggiunse sorridendo:
— Probabilmente non se ne sono accorti. Il momento in cui le scoprissero le farebbero subito cancellare.