Mi corsero alla mente gli ingenui stratagemmi nostri quando eravamo sotto il medesimo paterno governo: le passeggiate intenzionali a Porta Romana; il cappello degli uomini a forma italiana; le pellegrine delle donne foderate di rosso; le teste di zucca portate in maschera e sulle quali si picchiava allegramente.

Passava in quel mentre un vecchio signore dall’aspetto imponente e la persona che mi accompagnava lo salutò col titolo di marchese. Chiesi chi fosse.

— Oh quello è un bel tipo. Un fervente patriota che si reca tutti i giorni sul molo per vedere se arrivano le navi italiane. Era fanciullo quando le vide nel 1859 passare e dileguarsi....

E non è il solo originale del genere. C’è un altro vecchio signore che dopo aver combattuto per l’indipendenza italiana nel dolore immenso di vedere spezzato il suo sogno proprio dinanzi all’Istria sbarrò in segno di lutto il portone della sua casa, vi si rinchiuse in voto perpetuo e non potendo muoversi diversamente tenne il tavolino da scrivere al primo piano e il calamaio al secondo, obbligandosi a fare le scale ogni qual volta gli occorreva di intingere la penna.

Di tali spiriti bizzarri, in cui pare si condensino in salsedine e in amarezza le lagrime che sdegnano di bagnare il ciglio, vi è dovizia su questa terra dalla tradizione sarcastica e mordace. Il proprietario di una barca al quale l’I. R. Governo aveva imposto di cambiare il nome che suonava Libertà cancellò Libertà e vi sostituì Come prima, in barba al censore che non ne capì nulla. Sono le minute rappresaglie di un popolo che illude come può il malessere dell’ora presente e il tormento dell’attesa.

— Ha veduto il nostro Carpaccio?

— Non ancora.

Entriamo in Duomo. L’opera magnifica fiancheggia l’altare maggiore e lo domina, alta, solenne. Di contro alla parte oscura la nudità luminosa del giovanetto martire Sebastiano irraggia le tenebre con una luce d’alba. La commozione dell’opera d’arte mi prende, come già dinanzi al palazzo Taco, come sotto i merli ghibellini della piazza; ma più profonda, qui, quasi lancinante nella sensazione improvvisa di un simbolo....

Mi stacco a fatica dal bellissimo Carpaccio e seguo il mio accompagnatore per viuzze deserte, lungo muricciuoli di piccoli orti sopra i quali trasvolano voci di donna cadenzate nella molle pronuncia veneta. Passiamo davanti al ginnasio; i fanciulli giuocano nel cortile ed io li guardo attraverso il verde rameggiare del viale che lo precede con un senso di compassione per quella gaia adolescenza cui attende il risveglio della coscienza che si troverà senza patria.

A Capodistria c’è anche un museo; un minuscolo museo allogato in un paio di stanze alle quali si accede su gradini che non posso certo paragonare alla Scala dei Giganti. Eppure quante volte, da questa rumorosa città in cui vivo, ripenso il dolce silenzio di Capodistria e le due stanze dove un’anima sensibile ai ricordi ha saputo riunire tanti documenti della passata vita istriana e se ne pasce come di un amore.