— Devo ringraziarla, — disse Moena senza calore nell’accento, ma con una persuasione intima che dava alla sua bella voce una nota di gravità. — Ella è stata molto buona a interessarsi di me per tutto il tempo che la ferita mi tenne infermo.
— È ora almeno guarito perfettamente?
— Sì. Sono già scorsi due mesi da quella sera sciagurata.
Un impeto di sdegno retrospettivo colorì di una vampa improvvisa il volto del giovane. Egli soggiunse:
— La costanza di lei nel mandare a prendere notizie mi provava che la causa da me difesa era giusta e questo è pure un grande conforto per uno che combatte da solo sopra un campo abbandonato dai compagni.
Dalle ultime parole di Moena trapelava uno scoramento, una tristezza profonda.
— Lei si è forse meravigliata che una sconosciuta osasse ciò? — disse la signora con un poco d’ansia nell’accento.
Moena ristette, dubbioso, mentre la signora continuava:
— Io mi interessai sinceramente a quel suo nobile entusiasmo così raro a trovarsi nella gioventù dei nostri salotti. Lei è trentino nevvero? Conosco il Trentino e posso ben dire di amarlo per tutte le sensazioni nuove dolci e melanconiche che m’ha suscitate; lo amo nella sua bellezza, lo amo nel suo dolore; sopratutto nel suo dolore.
L’entrata del conferenziere interruppe il colloquio. La signora si raccolse quietamente sulla sedia offerta da Moena; il giovane stette ritto al suo fianco, un po’ indietro, per modo che ella ne scorgeva appena la linea della persona in attitudine di grande attenzione. Lei invece si accorse più tardi di aver perduto il principio della conferenza per essersi soffermata a rifare colla mente il loro singolarissimo incontro primo, poi le notizie del duello propalate dai giornali e commentate in diverso modo, poi l’interessamento e la pietà che l’avevano spinta a inviare tutti i giorni un messo quando si era parlato di imminente pericolo per il ferito. Un biglietto di visita: “Ariele Moena„ l’aveva ringraziata allora sobriamente e correttamente e tutto sembrava finito.