Ma quel ritrovarsi improvviso concretava la visione in un fatto di vita; Ariele Moena non era più un’astrazione, un sentimento, un soffio di idealismo sopra l’onda volgare della comune esistenza. Egli era lì, dietro a lei, silenzioso ma vero. Non visto, lo sentiva nella sua stessa immobilità e appunto perchè non lo vedeva, lo pensava. Le parole dell’oratore cadevano su entrambi, udivano insieme lo stesso suono, penetravano nello stesso pensiero, seguivano con ansia eguale (ella non ne aveva nessun dubbio) l’ascensione di uno spirito elevato nei puri dominî dell’idea.

Quando, a conferenza finita, la signora si alzò e voltandosi immerse lo sguardo nello sguardo del giovane, rivisse l’identico istante della prima volta che lo aveva scorto, colla stessa impressione di trovarsi davanti alla rivelazione di un’anima.

Uno scroscio d’applausi faceva rimbombare la sala fra l’urtarsi affannoso della gente che tentava di raggiungere il conferenziere, per mettersi in vista, per complimentarlo, per raccogliere le briciole del suo trionfo. La signora si ritrasse in un cantuccio a aspettare che sfollasse e Moena le rimase al fianco, tacito. Ella comprese la protezione delicata senza mostrare di rilevarla; osservò anche che il giovane prendendo una sedia vicina la scostò innanzi di sedervisi. Ogni suo gesto aveva questa signorile impronta di distacco, quasi di immaterialità, che costituiva la di lui espressione più caratteristica.

— È suo concittadino il conferenziere?

Un’ombra discese sulla fronte di Moena. Rispose:

— Abbiamo entrambi l’orgoglio e il dolore di chiamarci trentini, ma non siamo dello stesso paese. Egli è della valle di Non.

Fu un appiglio per riparlare del Trentino.

— Conosco la valle di Non, — disse con calore la signora. — Quanto è bella!

— Ma quanti italiani la conoscono? — soggiunse Moena con infinita tristezza.

— È vero, il Trentino è poco noto agli italiani. Fu per me quasi una scoperta. Eppure l’impressione di bellezza che esso dà è nulla in confronto alla sua fisionomia sentimentale, se così posso esprimermi. Mi ricordo di aver visto nella fuga del treno una casetta bianca nel mezzo di un prato intensamente verde e sul tetto della casetta sventolava una bandiera rossa. Rapida apparizione subito scomparsa, ma commovente e poetica tanto che ancora quando vi penso rivedo il verde all’asta e il rosso al vento di quella singolare bandiera, quasi un augurio ed un presagio per la terra sventurata.