Ripromettendosi di non mancare, la signora partì trasportata a un trotto rapido. Le rimaneva tuttavia in fondo alla pupilla la visione di Moena con una vaga curiosità e un materno interessamento per quel giovane che le suscitava rimembranze romantiche di eroi d’altri tempi. Questa era la sua impressione esatta: un eroe d’altri tempi.
Quale donna passerà mai nel sogno di quegli occhi?... — pensò. Ma non era ancor giunta a casa che le solite preoccupazioni e i pensieri inerenti alla sua vita l’avevano ripresa.
Qualche settimana dopo, in un mattino freddo della fine di marzo, sul punto di recarsi alla stazione chiamata al letto di una parente moribonda, la signora ricevette l’invito promesso e tornandole subito a memoria l’ultimo incontro con Moena si rammaricò sinceramente del contrattempo che le toglieva la possibilità di approfittarne. Durante il viaggio solitario la figura del giovane le passò una o due volte attraverso la mente, più che in forma materiale in quella sua particolare espressione di sentimenti rari e di misteriosa anima ardente che lo faceva diverso dagli altri: — Peccato! — mormorò fra sè.
Fuggivano intanto dinanzi ai suoi sguardi gli alberi raggricciati e tristi nella repressione delle prime gemme che un ritorno inaspettato dell’inverno sembrava congelare sui rami.
Sotto sì malinconici auspici la dolente visione a cui andava incontro si impossessò interamente del suo spirito. Colei che moveva a visitare era l’ultima della sua famiglia, l’ultima di quei parenti che l’avevano veduta bambina, poi giovinetta, poi sposa, sempre giovane per loro — quantunque in realtà non più giovane — ed amata del sicuro e placido affetto dei vecchi.
Giunse tardi; l’inferma era spirata la sera prima. Una povera serva piangeva silenziosamente accanto al letto del quale aveva rimboccato il lenzuolo sul volto della morta.
— Oh! signora contessa, — disse subito, — arriva a proposito. Non c’è nessuno per ordinare il funerale.
La signora dette un’occhiata in giro. Da molti anni non veniva più in quella casa; le parve misera più che non fosse mai stata; una fredda casa di zitellona provinciale dove ogni suppellettile era muta e stantia, pervasa da un odore di muffa e di mandorle amare, con una poltrona sotto la finestra incavata come una tinozza. — Ecco, — pensò — ha vissuto qui.... dalla poltrona alla finestra, per anni ed anni!...
Un fischio la fece sobbalzare lievemente. Alzò gli occhi e vide un merlo sospeso in una gabbia.
— Dov’è il dottore? — chiese la signora.