Quando rientrò un fitto nevischio punteggiava l’aria di innumerevoli spilli. La signora si strinse il velo intorno alla faccia attraversando rapidamente le strade poco note dove la sua elegante figura attirava l’attenzione dei rari passeggeri. — È l’erede, — mormorava qualcuno che l’aveva vista discendere al mattino alla casa della morta. Sulla soglia si accorse di una vecchierella che la seguiva umilmente.

— Se volesse farmi la carità di un po’ di spoglio.... Siamo tanti in famiglia.... qualunque oggetto sarà buono.

La signora promise; ma da un cantuccio dove stava appiattata, un’altra misera forma umana mosse verso lei implorando i rimasugli della cucina, un pugno di riso, un fondo di bottiglia, il cartoccio del sale....

Anche a quella promise.

Durante la sua assenza la donna di casa aveva acceso nel salotto un fuocherello di sarmenti dei quali appena entrata ella non vide che il fumo. La donna si scusò adducendo che la defunta padrona per non rimanere sola nel salotto andava a scaldarsi in cucina.

— Ebbene, sarei venuta anch’io in cucina, — rispose la signora sorridendo. — Mi dispiace che vi siate presa questo disturbo.

La donna rimase confusa per tanta semplicità e sempre scusandosi ammannì una piccola cena improvvisata sopra un tavolino rotondo verniciato di nero con nel mezzo una gondola tra flutti cerulei. Il tavolino aveva un solo piede nel centro e traballava appena tocco.

— Frutta non ce n’è, — disse ancora la serva zelante, — ma ci deve essere qualche biscotto.

Cercò da prima sul piano del caminetto in un vaso che doveva essere stato anticamente un vaso da tabacco; era vuoto; poi aperse un armadio a muro scoprendo un panierino con dentro cinque o sei bozzoli, una matassa di lana scura, una bottiglia di tamarindo.

— Lasciate, lasciate, — insisteva la signora.