Ma la buona donna aveva finalmente posto la mano sopra un piatto dove alcuni biscotti stremenziti sorgevano da una pagoda chinese. Solamente nel trarli alla luce si accorse che i sorci vi avevano lasciato le loro traccie ed arrossendo li ripose.

Bisognò ancora dare gli ordini per la mattina seguente: il funerale, le torcie, i preti, i poveri....

Rimasta sola, la signora vide nello specchio a cornice di legno che sormontava il caminetto un volto femminile intelligente e grave, vide la goccia dei piccoli brillanti appesi all’orecchio e l’iride aperta degli occhi che sembravano guardare meravigliati i suoi.

Era infatti una meraviglia ch’ella si trovasse in quell’ora così lontana da casa sua, dalle sue abitudini, dalle sue amiche. Con un gesto impulsivo di donna accurata si ravviò i capelli e girando lo sguardo intorno sullo squallido mobilio rievocò in un baleno di desiderio il suo appartamento così comodo, così tiepido, così pieno della sua vita. — Povera donna! — mormorò pensando alla defunta. Avvicinando poi alle pareti la candela che la domestica aveva lasciato sul tavolino rimase fissa in contemplazione di un dagherrotipo che rappresentava la sua parente a diciotto anni, vestita di bianco, con cinque piccole balze in fondo alla gonna e una ghirlandina di rose sui capelli pettinati a bandò. Per spontaneo contrasto le si affacciò alla mente l’ultima volta che l’aveva veduta, in negre vesti, con una giacca di flanella ovattata e una treccia di color castagno torreggiante su pochi cespugli di capelli grigi.

Tutto era triste intorno, di una tristezza vuota e meschina, colla sola grandiosità della morte che si sentiva presente nel silenzio.

La signora tentò di adagiarsi sui guanciali già apparecchiati, ma non aveva sonno. Si alzò, fece qualche giro ancora nel breve salottino rattizzando il fuoco, malinconica, coi nervi abbattuti, pensando al dimane che le avrebbe recato una giornata densa di occupazioni e di nuove tristezze, chiusa in un cerchio di piccole avidità e di invidie che non conosceva esattamente ma che presentiva sospese su quella casa in rovina come si intravede da lontano il volo dei corvi attratti dall’odore dei cadaveri.

— Ma tutto lascerò a loro! — concluse la signora allargando le braccia con un movimento di rinuncia e di sollievo insieme.

Allora, su dal cuore, con un gesto improvviso d’acqua che rompe la durezza del suolo e si afferma in polla cristallina, un pensiero che fino a quell’istante era stato compresso e soffocato dalle imperiose necessità dell’ora le balzò netto dinanzi: Moena doveva averla aspettata alla conferenza.

Moena. Un amico? No. Un conoscente? Quasi neppure. Sapeva così poco di lui! E dunque? Ma aveva promesso, aveva ella stessa sollecitato l’invito. La sua squisita gentilezza soffriva di ciò che avrebbe potuto interpretarsi nel senso di una goffa trascuranza. Rivedrebbe ella mai Moena?... forse no. Allora si decise.

In una cartella di marocchino rosso spelacchiata agli angoli rimaneva uno di quei fogli di carta da scarto che i rivenduglioli smerciano nei paesi. Poche goccie di inchiostro in un calamaio di vetro e una penna spuntata bastarono al breve biglietto che ella scrisse in piedi. Nessuna preoccupazione della povera forma in cui si chiudeva il suo pensiero la turbò menomamente. Ripeteva a sè stessa con una certa dolcezza che Moena ricevendo il biglietto avrebbe scorto l’impossibilità assoluta in cui ella trovavasi di assistere alla conferenza, che questo gli avrebbe fatto piacere almeno perchè il suo amor proprio rimaneva illeso.