C’era sempre questa specie di inconsistenza nei loro rapporti, come se invece di trovarsi di fronte un uomo ed una donna fossero due sogni che si sfiorassero.

Alcuni giorni dopo scendendo sotto la tettoia elegante della stazione di Desenzano la signora non fu troppo meravigliata di non scorgervi Moena. Una sottile impressione di disinganno, forse, le attraversò la mente subito assorbita dalle necessità dell’ora, e mettendo piede sul battello si ripromise con tanta intensità di non lasciarsi sfuggire nessuna delle bellezze del lago che tutta la sua potenza di pensiero parve concentrarsi nella vista.

La nobile Sirmione col sottile gruppo di abeti, col suo bel Castello, le sfilarono dinanzi mentre appoggiata al parapetto dell’Angelo Emo affondava lo sguardo e l’anima nelle rive fuggenti calde di luminosi colori, e morbide e carezzevoli tanto, specchiate in quelle acque di un azzurro straordinario, che la dicitura di un albergo apparsa fra sì delicate bellezze le diede un urto al cuore. Hôtel Eden diceva la scritta sfacciatamente esposta al sole, rammentandole di un subito l’invasione utilitaria e straniera di quelle rive nate per il sogno più puro di un poeta. Quasi per purificarsi gli sguardi li riportò sul nome del battello, Angelo Emo, dal quale una visione di venete bandiere sventolanti in trionfo parve venirle incontro a guisa di promesse e fu di nuovo tutta presa nell’ardore dell’ammirazione, sfuggendo i pochi passeggieri che si trovavano intorno a lei, che sentiva indifferenti al suo entusiasmo.

Salò, Gardone, Gargnano le strapparono un piccolo grido di meraviglia. Dire che aveva per tanto tempo ignorato quella spiaggia incantevole e quel lago unico nella sua tinta di cielo, intensificata come se i profumi degli aranci in fiore passando e ripassando vi avessero spremute le nuziali ebbrezze della terra!

Profonda e malinconica una commozione la strinse a sentirsi sola in quel momento, così staccata dalla sua propria esistenza, presa in una parentesi di impressioni che allontanava smisuratamente tutto ciò che soleva occuparla e interessarla. Vogava ella su quelle acque cerule nello splendido meriggio estivo verso l’ignoto domani con un cuore alleggerito da torrenti di lagrime, un dolce cuore rassegnato e tranquillo che più nulla chiedeva al destino.

Per un istante i suoi amici, le sue amiche, i parenti le si affacciarono alla memoria, ma nello stesso modo che passano le figure sulle lastre di una lanterna magica, piatte, tremolanti, confuse. Nessuna si mesceva particolarmente al suo intimo senso di vivere, nessuna sorgeva al suo fianco colla imperiosa evocazione del desiderio.

E il battello andava, andava dolcemente verso le terre trentine dove le prime case di Riva già biancheggiavano in una luce dorata di paesaggio meridionale.

Il minuscolo treno che pare un balocco da bimbo accolse la viaggiatrice allo sbarco trasportandola subito per Arco e per Mori verso la foce del Sarca, lungo canali sinuosamente diffusi tra i prati, in vista delle belle montagne cinte di silenzio. Suonerebbe mai un giorno fra quelle balze l’inno della libertà?...

La signora si accorse a un palpito accelerato del cuore che la sua immaginazione le anticipava avvenimenti chiusi ancora nei misteri del tempo. — Non importa. — ella pensò — che il cuore batta! nella speranza o nella disperazione, nell’anelito o nella preghiera, nella pugna o nell’attesa, che batta! ciò solo conta.

Non aveva detto qualche cosa di simile pochi giorni prima Moena? Ah! sì, Moena. Doveva trovarsi a Desenzano, ma non era naturale che avesse dimenticato l’incontro a Desenzano? Un giovane doveva avere ben altro per il capo. Meglio così, forse. Si riversò tutta sulla spalliera del sedile, allentando il velo del cappello, sola nello scomparto e quindi libera e quasi felice. Socchiudendo gli occhi al molle ondeggiamento del treno, pur senza perdere di vista la fuga verde dei campi che le appariva a guisa di nastro serpentino tra la frangia delle palpebre, le irrompevano su dal petto le prime note dell’inno di Mameli: e a dischiuderle a mezza voce su quella strada, di fronte a quei monti, intanto che il treno correva verso Trento, la prese tale ebbrezza di sfida che per naturale consenso della fantasia parve le ritornasse da ogni balza e da ogni fratta l’eco di simpatie fraterne.