— Se è così, buona notte, — disse la signora ridendo.
— A rivederci domani.
Purchè non s’annoi! — ella pensava salendo alla propria camera. La preoccupazione che Moena dovesse annoiarsi non l’aveva lasciata ancora.
Il giorno seguente fu speso a visitare il paese, il bosco, i dintorni. La signora affrancandosi a poco a poco dai suoi scrupoli andava in cerca di argomenti nuovi per intrattenere l’ospite; ma le frasi non erano mai molto lunghe ed avevano sempre da una parte e dall’altra quella ritenutezza di scandaglio che li teneva entrambi in uno stato specialissimo nel quale la commozione della scoperta si avanzava senza scosse, lentamente e morbidamente come un’onda.
Parlarono di poeti. Egli aveva con sè un volume di Carducci. La signora non lo aveva letto da molto tempo; corse all’albergo a prenderlo e sotto gli alberi, all’entrata del bosco, lessero insieme il Saluto italico.
La passione contenuta in quei versi, rivelata in lui dal pallore del volto e dalla intensità dello sguardo, si ammantava in una forma di aristocratica fierezza che tutta la sua persona, il suo atteggiamento, i suoi gesti accompagnavano con un ritmo di grande nobiltà.
Alla sera presero posto sulla medesima panchina del giorno innanzi. Oramai la signora non temeva più che egli si annoiasse. Correva tra loro un accordo spirituale così perfetto che talvolta non avevano bisogno di parlare per intendersi; bastava un monosillabo pronunciato da Moena perchè ella terminasse il periodo, e tale scherma dove l’intuizione faceva miracoli di veggenza li rivelava l’uno all’altro in un modo inaspettato, sempre più profondo, dolcissimo.
Pareva sulle prime che egli dovesse fermarsi un giorno solo; invece i giorni passavano meravigliosamente brevi e di partenza nessuno parlava.
Stavano sempre insieme, tranne le ore del pomeriggio durante le quali si ritiravano ognuno nella propria camera per un reciproco riguardo di libertà, della quale tuttavia non usavano se non per pensare all’istante in cui si sarebbero riveduti.
Il caso li pose di fronte un giorno nell’unica via del paese e senza dir nulla s’appaiarono uscendo a passi lenti per la campagna, lungo una stradicciuola che li condusse al cimitero. Quell’incontro fortuito aveva un sapore di frutto rubato al destino, contenente la trepida gioia dell’imprevisto. Il sole poteva essere splendido e il paesaggio magnifico, essi non se ne accorsero. Tutte le loro sensazioni movevano dall’interno, poichè le loro anime racchiudevano già un quadro compiuto che non aveva bisogno di cornice. Nulla del loro passato, comunque fosse, gravava su di essi; nè l’avvenire aveva potenza di distrarli da quello stato di perfezione in cui si movevano i loro corpi leggeri sfiorando appena la terra, come trasportati su una nuvola. Solo a tratti, quasi pavidi di un soverchio appagamento, interrompevano il silenzioso incanto con brevi osservazioni dove le voci tremavano e gli occhi non osavano scontrarsi.