— Dunque, — replicò Moena, — lei mi aveva già avvertito quando venne a porgermi il suo gentile conforto?

— Sì. Quanti eravamo quella sera in quel salotto? Trenta? Quaranta persone? Io le conoscevo tutte, molte le chiamo amiche, si fa vita quasi comune, eppure io mi sentivo così sola, così lontana da tutti quando lei parlò!

In seguito a queste parole la signora parve sollevata da un fardello che la opprimeva.

Moena le aveva ascoltate rattenendo il passo affinchè nessun rumore rompesse l’armonia nuova che stava sorgendo.

Ascoltò anche quello che la signora non disse, perchè vi sono per le anime tali momenti in cui l’involucro si fa trasparente e la parola non è necessaria. Con un filo d’erba tra le mani, le palpebre chine al suolo, egli la seguiva in silenzio. Solo dopo alcuni istanti mormorò sommesso:

— La ringrazio per questa confidenza. Anch’io vivo tra uomini coi quali sono in perfetto accordo di pensiero, ho cari amici il di cui cuore batte come il mio nell’ideale di una patria interamente libera, ma se veniamo a parlare della donna e dell’amore si apre fra noi un abisso e non ci intendiamo più.

— Io credo — soggiunse la signora con un po’ di precipitazione — che tutti i drammi e le tragedie che insanguinano il mondo in nome dell’amore abbiano la loro origine in un malinteso iniziale; malinteso facile quando un uomo e una donna si trovano di fronte.

— Facile per la maggioranza, non per tutti.

— La bellezza veramente ha un fascino che travolge il giudizio, no?

— Per me non vi ha bellezza senza anima. È il contrasto continuo che ho coi miei amici; essi concretano nella donna una visione esclusivamente materiale che mi urta e mi ripugna.