Contro il solito Moena si era accalorato parlando; la signora sentiva che era sincero. Il patetico speciale del suo volto lo indicava realmente alquanto diverso dal comune degli uomini e ancora una volta le apparve quasi ravvolto in una luce eroica che lo allontanava dalla realtà.
In tutti i suoi atti manifestavasi questo distacco singolarissimo, questa invadenza dello spirito per modo che il suo corpo ne era soprafatto. Alla sera, quando sedevano sulla panchina per ascoltare la musica, egli si metteva sempre all’estremità opposta; nè per qualunque calore di conversazione il suo gesto usciva dal più scrupoloso riserbo, ispirato a lui da una sensibilità aristocratica sdegnosa dei contatti e di tutto ciò che fosse o potesse sembrare volgare.
Pur v’era in quello spazio che la panchina segnava fra loro due, che la bianca sciarpa di velo della signora invadeva appena a tratti, una corrente di tacita intesa, una simpatia tenera e grave e come uno svolgersi di fili intorno a un telaio invisibile, come una argentea tela di aracnide sospesa in silenzio fra due rami.
Ogni giorno che passava essi entravano vieppiù nel nirvâna, chè del nirvâna aveva tutte le parvenze e i misteriosi fascini quell’incontro di due esseri sconosciuti che si erano staccati dalla consueta esistenza per vivere di una sola vita, lontani dal mondo, senza chiedersi nulla, senza sapere, senza volere nulla, abbandonati alla deriva di una corrente incantata non sulle salde pareti di una nave ma sopra l’ala di un sogno.
La felicità, se esiste, doveva trovarsi in quel senso di profonda comunione che li accompagnava dovunque, sia che errassero per i sentieri del bosco o che leggessero insieme o che insieme ascoltassero la musica o che parlassero o che tacessero o che, divisi dalla notte, si pensassero con una continuità di armonie segrete nella calma e gioiosa sicurezza di ritrovarsi al mattino.
Era in quel loro intimo accordo una compostezza di linee che dall’avvicinamento comune di un uomo e di una donna faceva estollere il disegno di un’urna da cui vaporassero sottili aromi, emblema di una interna beltà non altrimenti rivelata; ed era pure il segno occulto che in tutte le forme della vita, dal roseo accendersi dell’alba all’inturgidire del fiore, dalle zolle che si aprono al grembo che palpita, annuncia un nuovo mistero dell’essere, un nuovo prodigio che sta per dischiudersi.
Ma essi nulla sapevano nella divina inconsapevolezza che guida egualmente le creature all’amore e alla morte. La sensazione di sentirsi vivere che è la più semplice ed insieme la più compiuta li possedeva interi e nella intensità di quell’ora che si era arrestata su di essi ogni considerazione di vita non esisteva più; esisteva unica quella sensazione raddoppiata in potenza per il fatto di essere in due a sentirla, due cuori con un battito solo, con un solo piacere.
In tale vibrante armonia la più semplice parola pronunziata dall’uno o dall’altro vestiva subito una grazia indicibile; bastava talvolta un piccolo movimento, un cenno.
Egli amava di lei una particolare attitudine, un molle abbandono delle braccia e un chinar lieve del capo ascoltando; ella più che guardarlo ne assorbiva in un lento magnetismo l’irradiazione spirituale, quel non so che misterioso che esce da certe forme umane pari ad un fluido.
Indugiavano una sera a prender posto sulla panchina, attratti da una maggiore soavità nell’aria che allettava a passeggiare sotto gli alberi, al limite del bosco.