Gli alberi infittivano, abbracciati, stretti, confuse le chiome sui nidi dormenti, roride di rugiada le gemme come bocche baciate. Il raggio di luna che li aveva guidati dapprima non era più che un tenue chiarore attraverso l’opacità fronzuta dei castagni. Ora non si scorgevano quasi neppure e andavano tentoni, presi da un brivido che non era di freddo, evitando di toccarsi. Non osavano parlare, e tacere sembrava loro anche più pericoloso perchè in mezzo al silenzio altissimo temevano di udire l’affanno dei loro respiri.
La signora si mostrava la più disinvolta e come quella che meglio conosceva il bosco tentava di aprirsi un varco verso i sentieri noti, sbagliando tuttavia nella confusione delle tenebre, rialzando allora il proprio coraggio con parole staccate che suonavano con uno stridore di note false nella gran quiete misteriosa; e più ella parlava, più Moena taceva.
Rapido un aroma scese dall’alto, li cinse.
— La pineta! — esclamò la signora.
Moena non rispose, ma si fermò fiutando l’aria. Ella ne scorgeva la linea snella della persona in sfumature d’ombra. Egli di lei fissava il velo bianco.
— Prendiamo a destra? — disse lei.
— Come vuole.
— Sarà più breve.
— Come vuole.
La voce di Moena, alterata, bassissima, turbò la signora in modo straordinario. Il suo coraggio venne meno a un tratto. Sentì il fascino misterioso della notte avvolgerla in una rete di incanto, penetrarla tutta, quasi sfinirla nella invadente dolcezza dell’oblio.