E il bosco diventava più nero, ed essi evitavano sempre più di toccarsi, chiusi in una follìa di terrore che faceva loro paventare ad ogni istante l’istante che sarebbe venuto dopo: inquietudine deliziosa di ciò che poteva accadere, spavento di una felicità troppo rapida e troppo vicina.
— Non ci vedo più, — mormorò lei.
Sostarono allora coll’impressione così viva della loro solitudine, che il silenzio si fece palpitante del palpito dei loro cuori.
— Ha paura? — chiese ancora Moena pianissimo, — ha paura.... di me?
— Oh di lei? no, no, no.
Egli si irrigidì, conscio della propria responsabilità, temendo di distruggere con un gesto imprudente la divina ebbrezza che li circondava. Così ricaddero nel silenzio ardente dove i loro sensi privi di voce, di sguardi, di contatto, si cercavano.
Un grido della signora fece sobbalzare Moena. Avevano affondato il piede in un terreno molle e l’inatteso ostacolo li teneva uniti in uno smarrimento più dolce di una carezza. Già egli sentiva la vertigine del pericolo impossessarsi di tutto il suo essere. Ella disse:
— Non è nulla; siamo entrati nel prato, bisogna retrocedere.
Il balsamo dei pini li raggiunse per la seconda volta.
— Che profumo!