— In collera? E perchè? Addio, addio.

— Senta, noi ci ritroveremo, le dirò tutto, anche una cosa che le farà piacere.

— A me?

— Sì, se è piacere sapere che una persona ha sofferto per amor nostro.

Si guardarono un secondo, quasi riprendendosi. Ma erano oramai troppo staccati. La signora, dolorando, affrettò la separazione con nel cuore ancora la speranza che all’estremo minuto egli avrebbe trovata la parola consolatrice. Egli, triste e paralizzato, si accomiatò con una stretta di mano così debole che ella lasciò cadere la sua, scorata. E rimase ritta a vederlo partire, con ciglio asciutto e le vene diaccie.

A che cosa credere? All’estasi che dei giorni trascorsi aveva fatto un soave incanto o alla oscura minaccia che la nuova attitudine di Moena le veniva suscitando? C’era stato veramente quel sovrumano incontro delle anime che fa pensare a un intervento della divinità o non era stata che una illusione di più, una illusione aggiunta alle tante altre di cui aveva disseminata la vita?

In malinconica solitudine rivide ella, prima di allontanarsi, ognuno dei sentieri dove era sbocciato il sogno, — avvezza alle crudeli dipartite, — rigustando colla voluttà di un dolore che credeva dimenticato tutta l’amarezza dei ricordi. Ma era pure così recente l’impressione del nuovo palpito e il cuore ne serbava impronta così vivace che il dolore non saliva al parossismo della disperazione ed era piuttosto un lento indugio della speranza sui severi ammonimenti del passato.

Mentre stava per riporre le sue ultime robe nel baule si rammaricò di non avere trattenuto il volume di Carducci e nello stesso tempo pensando che Moena glielo aveva offerto ne risentì una dolcezza di conforto. Lo rileggerebbe egli? Rileggerebbe l’ultimo verso di Panteismo: “Ella, ella t’ama!„? E come nel verso, così ogni cosa intorno a lei ripeteva la magica parola: i monti, il bosco, i sentieri, il capanno, l’aria che andava e veniva agitando gli abeti, la luce che si spegneva gradatamente in cielo e le ombre della notte che scendevano piene di mistero e di brividi.

Dormì un sonno profondo ma breve, tesa la volontà verso il viaggio che doveva ricondurla a casa, affrettandolo con impazienza.

Nel salire al dimani rapidamente sul piccolo treno per Trento si trovò di fronte un ufficiale austriaco, gonfio, pettoruto nella sua divisa celeste a mostre verdi, lo sguardo misto di prepotenza e di diffidenza. Ella aveva quasi dimenticato in quei giorni di essere in terra irredenta. Cambiò subito sedile andando a rannicchiarsi nell’angolo opposto, il viso rivolto sulla campagna che fuggiva dietro a lei, pensando a Moena — a Moena che forse non pensava più a lei.