A un tratto lo sportello di comunicazione fra quella e le altre carrozze del treno si apre e Moena appare.

Un gran grido lo accolse. La signora, incapace di dominare la propria commozione, si nascose il volto tra le mani.

— Che cosa avvenne? — chiese finalmente tentando di ricomporsi, ma cogli occhi nuotanti nell’ebrezza.

— Le dispiace? — disse Moena sfavillante in volto della di lei gioia.

— No, certo, ma come ha fatto? — (le pareva un sogno). — Non partì ieri?

— Partii ieri, secondo eravamo d’accordo e.... tornai stamattina appena in tempo per saltare sul treno quando la vidi.

Che importava a loro dell’austriaco? Si guardavano estasiati, ed anche non si guardavano, ma erano tanto felici di sentirsi vicini, di sapere oramai che si volevano bene; essi, così simili, così fatti l’uno per l’altro. Un istante la signora pensò di chiedergli spiegazione del contegno avuto quando si separarono, poi le parve che sarebbe perder tempo. Ogni attimo che passava era goccia di sangue aggiunta al sangue delle loro vene; conveniva assaporare quella pienezza di senso che scandeva sui loro polsi l’ora della felicità.

Affacciati allo sportello credevano di interessarsi al paesaggio; esclamarono: Che bei monti! Che verde rigoglioso! In realtà non vedevano nulla, trasalendo per un fortuito incontro delle loro mani, una sottile nebbia sulle pupille, il cuore leggiero, leggiero....

Quando era calato l’austriaco? Non se ne erano neppure accorti. Trovandosi liberi si guardarono con un raddoppiamento di felicità, solo per avere l’aria in giro tutta per loro, tutta per il loro amore; ciò bastava al loro desiderio ancora fanciullo in quella deliziosa aurora di una nuova vita.

Trento si avvicinava.