— Si può immaginare un tedesco sul balcone di casa Sardagna? e su quello di casa Geromia? e di casa Salvadori? E in quel delizioso Cantone di via Lunga dove i muri stessi sembrano avere un gaio cicaleccio in lingua del sì, e dietro le persiane occhieggiano pupille nere, e nei chiusi forzieri si conserva forse l’avanzo di una uniforme garibaldina macchiata di sangue a Bezzecca ed a Monte Suello, dica, dica, è possibile che passeggino ancora con quel fare da padroni i soldati dell’Austria?

Moena osservò:

— Parli piano.

Guardandolo, ella vide che era pallidissimo. Attraversavano in quel momento piazza del Duomo, a casa Rella, dove accanto alla piccola fontana la signora avvertì subito l’aquila di Trento colla testa rivolta a destra; e più delle altre sparse per la città quella le parve particolarmente espressiva nel movimento doloroso della testa che si piega fino a toccare l’ala col rostro e a morderla. L’ignoto scultore lavorandola con particolare sentimento le aveva dato un’anima. — Ah! — fece — essa soffre come noi! — e tornò a guardare Moena con un impeto di passione e di pietà: la sua bocca di una purezza infantile, così malinconica, il pallore del volto, la linea nobile del profilo, quelle forme, quei gesti che corrispondevano in lei a segrete attrazioni di tutto il suo essere.

Ora veramente la tela delle loro simpatie svolgevasi in una cornice affascinante. Fra il Duomo, magnifico esemplare della grandezza di Trento, e i tigli annosi che ne ombreggiano il sagrato, e le morbide linee di casa Rella leggiadre ancora sotto le ingiurie del tempo, e il basso portico pieno di memorie, e la fontana grande del Nettuno, e quella piccola coll’aquila dolorosa, le due anime fraterne si sentirono avvinte come non mai.

Camminando fianco a fianco errarono a lungo in silenzio, consci di imprimere su ogni pietra l’orma profonda che l’amore e il dolore comunicano alle cose inanimate e le fa trasalire fin nello squallore delle rovine.

Di comune accordo non vollero visitare il castello profanato da soldatesca straniera. Volsero invece i loro passi verso l’Adige, verso quella antichissima chiesa di Sant’Apollinare, culla e tomba della vecchia Trento, che sorge così romita e vaga ai piedi del Dos. L’arco verde dei monti serrava l’orizzonte dietro a una coppa di smeraldo dagli orli imporporati nell’ultima luce del tramonto, la fasciava l’Adige con una striscia d’argento e sull’alta cupola del cielo sorgeva, tenue falce appena disegnata, la luna. Irresistibilmente i versi del poeta tridentino corsero sulle loro labbra:

Quando la fredda luna

Sul largo Adige pende

E i lor defunti l’itale