Madri sognando van,
Un corruscar di sciabole,
Un biancheggiar di tende,
Un moto di fantasimi
Copre il funereo pian.
Nè le commozioni di quel giorno, ultimo giorno concesso al loro sogno, erano ancora finite. A sera tarda, prima di dirsi addio, si ritrovarono presso la statua di Dante. Era giusto che il pellegrinaggio compiuto insieme si chiudesse ai piedi del grande italiano nel cui nome Trento ricorda e spera.
Nessuna tristezza venne a turbare quegli ultimi istanti; nessuno dei due chiese promesse, nessuno ne fece. Erano certi oramai di amarsi e tanto bastava a renderli felici. La fresca inconscienza dei sentimenti veri abbattendo fra loro ogni convenzionalismo li lasciava liberi nella loro natura di esseri superiori, cui, più della legge, guidava un delicato istinto e più del rispetto umano era freno un invincibile orrore della volgarità. Così, guardandosi negli occhi, poterono ancora quella sera sorridersi nella infinita dolcezza delle albe che appena colorano i lembi del cielo.
Seduti sotto gli alberi del piazzale quasi deserto la sensazione di irrealità che aveva accompagnato tutti i loro passi, ad onta dell’intimo accordo, anzi forse per questo, persisteva. Non era della vita solita il loro vivere di quei giorni. Un Dio agitava nei loro petti fiaccole di fede; essi non sapevano, non chiedevano, non aspettavano nulla, ma uno slancio alato li teneva sospesi al di sopra di ogni materiale preoccupazione; il mondo tutto era scomparso dall’asse dei loro sguardi.
— Moena, — mormorò piano la signora, — quante volte ricorderemo quest’ora?
Il giovane non rispose se non con un sospiro. Ella replicò: