— Ariele è ben dolce, Ariele!... ma il primo nome che conobbi di lei fu Moena. La penserò con questo nome. Ed io, — soggiunse con una grazia ingenua che le dava a tratti una freschezza di fanciulla, — che nome avrò nella sua mente?

— Nessun nome. Lei è lei, l’Unica! — pronunciò Moena con voce grave, — e la signora sentì che qualunque disinganno le preparasse il destino non avrebbe mai pagato troppo cara quella parola detta a quel modo, in quel posto, da quella bocca.

La frescura della notte li teneva più vicini che non stessero abitualmente. Sul loro capo palpitavano le stelle, tutto intorno i lampioni della piazza davano luci alternate e per il contrasto ne rendevano più cupi i recessi. Un’aura di poesia spirava così dolce, così pacificatrice che i loro cuori vi si sommergevano.

A un tratto dal caffè della stazione si avanzò un gruppo di ufficiali, parlando forte, trascinando con ostentazione le lunghe sciabole. La signora si accorse che Moena trasaliva e gli si fece più da presso, tacitamente. Quando gli ufficiali passarono dinanzi a loro Moena le afferrò una mano con impeto e gliela strinse mormorando:

— Fino a quando?

Ella bevve allora tutto lo spasimo di quell’anima rinchiusa, china sulla sua spalla, stretta a lui in un contatto che non aveva nulla di terreno, poi che sulla fronte di Moena stava la pallidezza dei martiri e ne’ suoi occhi il sogno degli eroi.

Ah! veramente era quello l’amore! l’istante meraviglioso della compenetrazione di due anime, il desiderio diffuso in tutto l’essere che non ardisce precisarsi ed esala intero come un profumo sull’ara.

La notte trentina li cingeva, molle dei vapori dell’Adige, fresca del vento delle Alpi; li cingeva col respiro delle case addormentate, dei sogni vaganti; e in quel mistico amplesso dove tutte le loro aspirazioni si fondevano con un divino abbandono il senso dell’eterno sprigionandosi dalle più profonde radici dell’essere esaltava il loro amore unificandolo al palpito stesso della città irredenta. Non lo dissero ma lo sentirono insieme; qualche cosa di loro, della loro grande passione, sarebbe rimasta sotto quel cielo, fra quei monti, fra quegli alberi, nella bronzea effigie del divino Poeta.

VI.

Sotto la tettoia della stazione di Rovereto Ariele Moena, in piedi, seguiva coll’occhio l’impicciolirsi del treno che correva verso Milano trasportando l’Unica. Stringeva fra le mani un fazzolettino ch’ella gli aveva gettato dallo sportello a guisa di un ultimo saluto ed ogni po’ se lo recava al volto per aspirarne il profumo col gesto lieve che gli era abituale in tutte le manifestazioni del senso.