Al momento di lasciare la signora alla stazione di Trento egli era balzato nel riparto, dove l’aveva vista sola, per accompagnarla almeno fino alla prima fermata, prolungando il piacere di stare insieme; e quel breve volo da Trento a Rovereto compiuto nella gioia infantile dell’imprevisto, come già quello del giorno innanzi, senza scorgere nulla nè del paesaggio nè di quanto esisteva fuori di essi, aveva dato loro una sensazione di viaggio di nozze a cui l’irregolarità e la sorpresa conferivano quasi un sapore di fuga romantica.
Uscendo da quell’estasi Ariele Moena conservava nella sua persona e ne’ suoi pensieri l’impressione speciale che provano i marinai mettendo piede a terra dopo un lungo viaggio tra cielo e mare: una scossa nell’arresto dei nervi usi al ritmo delle onde, una difficoltà per la mente che spaziava nell’infinito a cogliere i piccoli particolari della spiaggia.
Uomini e donne si movevano intorno a lui gettandosi parole di comando, di raccomandazione, di saluto, parole che si incrociavano a sorrisi, a strette di mano, nell’aria attraversata da colonne di fumo, tra i rumori stridenti e paurosi di una stazione in movimento. Ma una zona meravigliosa, specie di etere imponderabile, isolava Ariele dal resto del mondo, pur mentre il senso della vita gli si rivelava con una forza nuova dandogli la misura intera del suo valore di uomo, del suo posto in mezzo agli uomini. Si sentiva buono, generoso, eroico. Tutto ciò che di nobile e di elevato sta nella natura umana urgeva con dolce tumulto al suo cuore, pari al seme nascosto che solleva la terra e spinge in alto il rigoglio della messe. Nessuna forma religiosa si imponeva all’anelito del suo essere trasportato oltre ogni sensazione precisa, ma era il nucleo stesso di tutte le religioni nella sua indistruttibile essenza d’amore che divinizzava la visione terrena investendola della propria fiamma.
È una particolarità dell’amore, è il suo maggior titolo alla riconoscenza degli uomini questa spiritualizzazione dell’istinto che nella gretta vita di tutti i giorni apre uno spiraglio di luce ideale. Moena vi figgeva per la prima volta lo sguardo smarrito e commosso. Che cosa era avvenuto in lui, non nuovo alle imprese amorose, perchè una donna che forse non era la più bella gli suscitasse tanto turbamento? Perchè quella, non un’altra? È dunque vero che passano cento donne e si guardano, ma ne passa una e la si ama?
Nel treno che lo riportava a Trento, solo, — mentre poche ore prima aveva percorso quella medesima via insieme alla diletta ed insieme avevano respirato, guardato, sorriso, tese le braccia, desiderato forse, forse spasimato, ma così ebbri della loro felicità, — in quel treno pieno di gente che gli sembrava più vuoto del deserto, Moena sentì improvvisamente la tristezza della separazione. Quegli occhi non li vedeva più, non vedeva più quel velo bianco, la dolce voce non risuonava più al suo orecchio. Era come se si fosse oscurato il cielo. Allora provò il bisogno di rievocare il breve passato e lo fece chiudendo le palpebre per ritrovare dentro di sè l’immagine cara.
In quale istante veramente aveva egli incominciato ad amarla? Non lo sapeva. La prima volta le era apparsa appena; poi si erano ritrovati, poi una forza ignota lo aveva spinto a raggiungerla lassù nella sua disgraziata terra. E poi? Oh! la dolcezza infinita della vicinanza, quando la parola non ha ancora trovato il varco delle labbra, quando gli sguardi stessi timidi ed incerti si arrischiano appena ad incontrarsi, eppure tutto attrae, tutto avvince, le barriere cadono, i cuori si scoprono: due esseri, un uomo ed una donna che non hanno ancora pensato all’amplesso si trovano uniti nella divina nudità delle anime.
E la sera della passeggiata nel bosco, quale filtro era sceso su di loro, quale prodigioso incantesimo, se ancora solamente a pensarci tremava fibra a fibra e si sentiva trasportato come da un palpito d’ali?
Moena non aveva mentito confessandosi idealista. I suoi venticinque anni e la bella persona non potevano mancare di procurargli avventure galanti, ma egli era un curioso dell’amore, piuttosto che un famelico; Don Giovanni e Don Chisciotte insieme inseguiva i fantasmi del suo cervello coll’ardore poetico del cavaliere della Mancia, ma anche li abbandonava, insoddisfatto, appena si accorgeva di stringere fra le braccia una forma vana. Se nei primissimi anni la novità dei sensi e l’inesperienza lo avevano spesso illuso e più di una volta sulla vaghezza di un volto, dietro cui non palpitava nulla, il cuore si era pazzamente profuso, una precoce stanchezza non mancò di avvertirlo che là non era il soddisfacimento de’ suoi desideri. In questo appunto non andava d’accordo co’ suoi amici perchè non sapeva rassegnarsi a prendere dalla donna il momentaneo piacere che agli altri bastava. Per lui questo piacere non potendo essere causa ma effetto lo rendeva indifferente alle tentazioni comuni.
Non era tuttavia così dissimile dagli altri uomini da non aver provato quell’acre curiosità che sferza loro il sangue in certe ore tempestose. Torbidi pensieri e suggestioni involontarie avevano talvolta guidato i suoi passi, ma la curiosità si era arrestata e quasi sempre spenta al solo approccio, sopraffatta da un istintivo disgusto. Era capace di seguire una donna che gli avesse appena rivolto il baleno di uno sguardo o mostrato l’ondeggiare di un nastro intorno alla vita sottile, preso da una vampata di desiderio che lo gettava ardente e cieco sull’orma de’ suoi passi, ma bastava che ella si arrestasse e che lo sguardo consapevole prendesse la volgare espressione dell’invito per renderlo di ghiaccio.
Nel continuo bisogno di idealizzare la donna si era successivamente innamorato di creature femminee viste solamente nei ritratti; sarebbe partito come Rudello per ignote terre lontane alla ricerca di una Melisenda sognata, non per possederla, ma per morire ai suoi ginocchi.