La spiritualità del suo temperamento trovava un rinforzo di idealismo nei ricordi di famiglia, nella educazione, nelle abitudini. Di nobile e antica schiatta guerriera cui la modesta fortuna era stata schermo ai rammollimenti di un soverchio fasto, gente rude e forte venuta dai monti, ingentilita per un seguito di donne che ne avevano conservate le tradizioni nel raccoglimento della casa, nel culto delle memorie, Moena portava in sè il tesoro di una razza. Il suo orrore della volgarità non era una cosa imparaticcia; egli l’aveva nel sangue. Tale sentimento applicato a tutte le manifestazioni della vita gli formava intorno quella specie di corazza che lo isolava qualche volta, ma anche lo proteggeva. Attraverso a questa corazza i segni misteriosi che fanno riconoscere nella folla gli spiriti fraterni avevano guidato l’Unica verso di lui. Non si erano guardati, si erano sentiti.

Eppure egli la vedeva in quel momento distintissimamente. Evocata dalla prepotenza del desiderio la linea della di lei persona gli sorgeva dinanzi, rapida, sfuggente, ma viva di tutti i fremiti che l’avevano fatto palpitare poche ore prima al suo fianco; luminosa nel raggio che usciva dal fondo appassionato delle sue pupille; con quei gesti, quegli accenti, quei silenzi che non avrebbe saputo definire, ma che erano il mistero della di lei essenza, della di lei forma, del di lei tutto, la sua intimità di donna, il suo fascino di amante, erano Lei! Rapito nella dolcezza dei ricordi gli parve di cingerla, come una sera, lieve intorno ai fianchi, dandole l’anima in abbandono....

Quantunque al pari di tutti gli uomini egli avesse conosciuto presto il diletto d’amore e creduto di amare ed anche amato, ciò che provava ora non somigliava a nessuna delle passate ebbrezze. Egli era ora compiuto in sè. Il grande anelito della sua anima che altre volte ne divideva gli affetti e li gettava al vento stringevasi in una cosa sola coll’Unica, poichè pensando a lei non cessava di pensare alla patria schiava, a questo amore supremo che giaceva in fondo di ogni sua aspirazione, che formava il substrato di tutti i suoi pensieri, sangue del suo sangue e midollo delle sue ossa, fin dal primo aprirsi della ragione, quando udiva narrare in famiglia le persecuzioni patite sotto il governo austriaco e le infamie del carcere dove uno de’ suoi era morto.

La possibilità di morire per una causa santa, e meglio che nel languore del carcere sotto il piombo di un soldato nemico, aveva agitato per lungo tempo i fantasmi eroici della sua immaginazione procurandogli vere voluttà di sacrificio e quasi una smania, una frenesia di offrire la propria giovinezza, di vedere quel suo sangue ardente che gli ribolliva dentro uscirgli dal petto e rigare la terra dove i suoi padri avevano imprecato e pianto. Nessuna offerta di piacere, nessuna lusinga di donna valeva per lui quei solitari vaneggiamenti dove le facoltà superiori della sua anima si esaltavano fino al delirio.

Riavvicinandosi a Trento gli attraversò la mente il canto di Gazzoletti che sognando al pari di lui una morte gloriosa pensava all’ultimo nome che gli sarebbe palpitato nel cuore insieme a quello della patria; e lo comprese come non lo aveva compreso mai, e lo ridisse pieno d’entusiasmo, coi polsi che gli martellavano in un tumulto di febbre.

Il sole tramontava sulla città quando egli vi giunse. Non entrò, ma per una stradetta nota alla sua fanciullezza, non più riveduta, e di cui la nostalgia lo riprese in quel fiorire nuovo di vita, quale confuso desiderio di consacrare la nascente felicità presso una tomba cara, lasciato il piano, su su per un molle declivio portossi in alto; e quanto più si sollevava più gli cresceva quell’impeto di grandi cose, quel bisogno di darsi, di prodigarsi fuori di sè stesso, impaziente dei lacci che lo stringevano alle miserie dell’esistenza comune. I freschi verzieri, gli orti amorosamente coltivati all’ombra degli ippocastani si sprofondavano sotto i suoi piedi in un morbido ondeggiamento lasciando emergere le chiese, i campanili, le torri, la macchia screziata delle case e l’Adige, l’Adige impetuoso travolgente le sue onde opaline con foga d’armigeri correnti alla battaglia.

Tutte le sue visioni insorsero, tutte! Le antiche infantili meraviglie ai racconti del padre che soldato sotto l’Austria aveva disertato per correre nelle file di Garibaldi quando in Piemonte e in Lombardia si davano le prime spallate al colosso, la malinconica vita di esiliato lontano dalla famiglia, il ricongiungersi a questa appena le circostanze apparvero propizie; e la morte prematura del padre e il lungo seguito di affanni che la accompagnarono adunando sul capo già pensoso di Ariele la tristezza incancellabile delle infanzie dolorose. E poi il lento formarsi della sua coscienza di giovane in terra libera, col ricordo dell’avita casa perduta, col rimpianto di tanti sacrifici inutili, coll’eco continua di pianti sommessi.

Pianti? L’illusione che gli aveva fatto scorgere nei flutti dell’Adige una foga di armigeri correnti alla battaglia mutava forma sotto i suoi sguardi allucinati. Lagrime erano; lagrime ininterrotte che dalle balze e dalle fratte, dalle Dolomiti splendenti, dalle Giudicarie austere, dai boschi dell’Anàunia, dalle città segnate in fronte col suggello di San Marco andavano, andavano, andavano a ricercare il cuore della patria. O Verona, non le senti tu queste lagrime dei fratelli gemere sotto l’arco de’ tuoi ponti severi? Non le sente Venezia quando la gondola silenziosa trascorre nell’incanto lunare trasportando il sogno di due felici? E tu, perla staccata dall’italo monile, Trieste, o sorella, odi?...

Ariele si esaltava in cotali pensieri che l’ora e il luogo e lo stato particolare dell’anima sua vestivano di lirismo appassionato, abbandonandosi intero come soleva alle audaci fantasie, in oblio assoluto d’ogni altra cosa. D’improvviso, nel fascio di raggi che il sole morente dardeggiava sulla città, il suo sguardo distinse la massa bruna del Castello coi suoi merli ghibellini rizzanti le punte intorno al torrione dove i fieri segni di Roma scompaiono coperti dall’aquila imperiale, dove s’affloscia sull’asta minacciosa la bandiera dai colori abborriti; e in quel trionfo insolente dello straniero, in quel dispiego di forza brutale cui rispondeva dall’alto dei forti il lugubre profilo dei cannoni, tutti gli orrori delle prigioni austriache colla tetra coorte dei supplizi e delle forche che tanti nobili cuori tolsero all’Italia, ripresentandosi al suo spirito, gli mandarono alla fronte una ondata di sangue così violenta che abbattendosi contro un sasso sul ciglio della strada rimase a lungo immobile nell’annientamento della disperazione.

E pure fiaccato il suo spirito errava con tenace delirio di memorie intorno alla fossa del Castello dove venti giovani italiani dei Corpi Franchi presi a tradimento furono un giorno uccisi dal piombo austriaco, per il solo delitto di essere italiani. E il ventunesimo era un fanciullo, un fanciullo di quindici anni per il quale il venerando vescovo, dopo di avere chiesta invano la grazia di tutti, implorò che nei diritti dell’innocenza fosse salvo — almeno il fanciullo! Ma il tiranno disse no e il tenero corpo cadde insieme agli altri....