Ah! non le Madonne dolci e le grazie dei liutisti affrescate entro i muri del Castello vedeva Ariele colle pupille aperte sul passato! Egli vedeva nella notte funerea del delitto un tacito avanzarsi di uomini, deludenti la sorveglianza delle sentinelle, strisciare sotto gli spalti, scendere carponi nella fossa e cercare i cadaveri e caricarseli sulle spalle amorosamente come persone vive, come fratelli vivi.... Poi risalire lenti e dolenti la scarpata sotto i fucili pronti delle sentinelle e dileguarsi nella notte portando in salvo le spoglie dei martiri strappate alla fossa infame.
Ombre, sangue, morte vedeva Ariele intorno al Castello, sempre vaneggiando.
Quando rinvenne, le tenebre avevano già involta Trento, visibile appena per i punti luminosi che la picchiettavano di innumeri pupille, vigile e desta nell’ombra; vigile e desta.
Parve allora ad Ariele che fili invisibili gli si allacciassero intorno e voci misteriose piegando verso lui un fiato ardente gli mormorassero: “Aiuto! Siamo in mille e mille come te. Siamo poveri, dispersi, abbandonati; il giogo tiene curve le nostre fronti, le minaccie inceppano i nostri polsi, il terrore chiude le nostre bocche, atrofizza il nostro pensiero; e siamo tanto miseri che parecchi fra noi non hanno neppure coscienza della loro servitù, e siamo così inviliti che per paura non osiamo nemmeno sperare„. E i fili tremavano come nervi febbricitanti e le voci singhiozzavano....
Se i propositi di Ariele fossero stati meno fermi si sarebbero insaldati per sempre in quell’ora di contemplazione in cui parvero venire a lui le energie imploranti della città oppressa, lassù su quel colle d’onde l’occhio la abbracciava intera. La necessità di unirsi, di formare una lega di resistenza che fosse come un sol cuore dal battito incessante, si imponeva al suo fervido entusiasmo. Più che un conflitto sanguinoso egli vagheggiava ora il trionfo delle forze occulte della stirpe, l’unione degli uomini di buona volontà. Non è questa l’idea che deve rigenerare il mondo? Le opere che disgiunti non riescono a compiere, morte nella sterilità del desiderio, sorgerebbero allora in un potente slancio di vita. Oh! quando saranno uniti tutti, tutti, uomini dei monti e uomini della valle, colui che semina le spiche nel campo e colui che le raccoglie e colui che le ripone; ed ancora i pastori del gregge ed i pastori delle anime, tutti, tutti, tutti!
La visione si allargava allo sguardo profetico di Ariele. Era pur stato un tedesco che affacciandosi a quei monti aveva esclamato: “Qui incomincia l’Italia„. Parla dunque il diritto dei popoli nella bandiera naturale che gli stranieri incontrano appena usciti dai loro paesi brumosi salutando l’Italia nei colori del nostro cielo e del nostro mare, negli occhi delle nostre donne, nei segni della nostra storia. Non più armigeri, non più lagrime svolgeva ora il bel fiume. Ariele lo vedeva scendere vergine linfa cristallina dall’alvo nativo e scorrere tra sponde fiorite in mezzo a un popolo festante che canta la nuova canzone di libertà: Adige italiano in terra italiana.
Dinanzi a quest’ultima visione il petto gli si gonfiava in un rigurgito di vita, in un folleggiare audace di speranze, mentre il sangue giovane urtando i suoi polsi vi accendeva fiamme di passione e l’occhio inquieto frugava nelle tenebre. Dai profondi abissi del suo essere una voce si agitò sollevando al suo sogno la terra, i monti, le acque, le linfe degli alberi, le correnti dei venti, il fuoco dei vulcani, tutte le forze della natura congiunte al grido disperato degli uomini in uno slancio di esaltazione sublime, in un magnifico assurgere verso la felicità, verso la libertà.
Poter avere allora l’Unica vicino a sè.... cuore contro cuore! Un desiderio altissimo lo assalse, lo investì; desiderio così acuto di stringere un’anima che la visione femminea sfiorò appena i suoi sensi esaltati nell’ardore di un’unione sovrumana, fuse nel suo pensiero la donna e la patria con tale trasporto di tutto sè stesso che sentì di toccare in quel punto il culmine della sua vita ideale. Altre ore più grandiose o più pugnaci gli preparava forse il destino, ma quella sarebbe rimasta al di sopra di tutte come il luminoso zenith della sua giovinezza.
VII.
Al sommo della scala, dove il servitore attendeva tenendo aperto l’uscio, un grande specchio riflettè tutta intera la persona della signora che saliva. Ella si vide alta e sottile nell’abito scuro rischiarato appena dal velo bianco che le fasciava il cappello e trasalì riconoscendosi. Rispose rapida al saluto del domestico, rapida attraversò le prime stanze del suo appartamento e giunse alla camera da letto dove subito nella vecchia specchiera a colonnine dorate ella si rivide. Quella era dunque la donna amata da Ariele Moena!