Si sbarazzò del velo e del cappello tornando a guardarsi, colla faccia vicina al cristallo che si appannò del suo fiato. Mentre portava istintivamente la mano al taschino del petto per estrarne la pezzuola si sovvenne di averla gettata ad Ariele dal finestrino del vagone, a Rovereto, e sorrise. Una poltrona stava accanto; vi si lasciò cadere premendo il volto contro i cuscini, col cuore che le balzava, — un attimo, — ma sorse subito in piedi.
Andava e veniva per la camera, lesta, vivace, sfiorando il tappeto con passo leggiero di farfalla che rade il suolo; non sentiva il peso del suo corpo; pareva che l’aria la portasse. Ed era pure dentro di lei un tintinnio giulivo, come di campanelluzzo d’argento, come un riso d’angeli profondo e sommesso, udito da lei sola. Parlando colla cameriera sentiva il bisogno di dirle delle parole buone nello stesso modo che l’avrebbe fatta partecipe del profumo di un fiore che tenesse fra le mani. La di lei bruttezza le faceva compassione; non si era mai accorta che fosse così brutta; gialla, allampanata, le mancava un dente davanti.
— Hai perduto un dente.
— Sì, signora contessa. È stato l’altro giorno; dovetti farlo levare perchè soffrivo come una dannata.
— Poverina, bisognerà rimetterlo.
La accarezzò benevolmente sui capelli ben pettinati e le volle dare un conforto: disse:
— Hai dei bei capelli ancora.
Stava al suo servizio da vent’anni, avevano press’a poco la stessa età, conosceva quasi tutta la sua vita. — Se sapesse! — pensò la signora, e tornò a guardare il vuoto lasciato dal dente nel volto della donna con una bizzarra sensazione di terrore e di gioia che le fece passare dinanzi agli occhi la giovanile freschezza della bocca di Moena.
Nella assenza di quasi due mesi si erano accumulate diverse notizie che la cameriera si affrettò a comunicarle. La signora marchesa era venuta più di una volta in persona a chiedere della signora contessa; il tappezziere aveva portato il cofano; s’erano rotti i vetri della veranda in una notte di violento temporale; il pittore chiedeva se la signora contessa fosse disposta a rifare il cornicione del salotto; la vecchia magnolia del giardino era morta....
La signora ascoltava tutto ciò con apparente interesse per non mortificare la cameriera e toglierle il piacere del racconto. In realtà ognuna di quelle parole risonava a vuoto nel suo cervello e le piccole cose che una volta forse avrebbero trattenuta la sua attenzione le sembravano ora lontane da lei, ricacciate in una vita anteriore, con quel digradare sfumato dei piani che nei quadri antichi, dove la figura è tutto, rappresenta negligentemente il paesaggio attraverso il vano ristretto di una finestra. Le ciarle della cameriera erano il vano angusto per il quale ella guardava con indifferenza il paesaggio rimasto estraneo al suo pensiero dominante.