Anche vicino a lei, nell’immediato contatto dei mobili che la circondavano, che erano i suoi mobili, compagni di tanti anni, testimoni di gioie, di illusioni, di dolori, avvertiva il nuovo motivo sopraggiunto quasi un velo roseo sospeso fra lei e gli oggetti, quasi un pulviscolo luminoso che posandosi sulle forme ne smussava gli angoli e rialzava il tono dei colori. Una esultanza di vita che sembrava non avesse ragione diretta, tanto lo zampillo gorgogliava profondo in tutto il suo essere, la teneva in uno stato di equilibrio d’onde appariva più che mai vana la distinzione fra spirito e materia, poichè ella gioiva di vivere nella sua carne sana e palpitante così come nella alacre intelligenza e nella sottile sentimentalità della sua anima essenzialmente femminile.

Rientrando nella propria casa aveva coscienza di portarvi un contributo di commozioni, di accrescerla in valore intimo, e le tardava che il fuoco del suo cuore passasse negli oggetti che le dovevano servire per sentirli veramente suoi, per riprenderne possesso in seguito al temporaneo abbandono. Un cumulo di lettere e di circolari arrivate durante la sua assenza giacevano sullo scrittoio. Ella vi posò la mano distratta, senza curiosità.

Andò invece a guardar fuori dalla finestra dove gli alberi nel vecchio giardino formavano un gruppo denso di verde e di ombra che subito cattivò la sua attenzione e dove immerse lo sguardo perdutamente, come dentro a un’acqua morbida. Erano i noti alberi che ella aveva guardato tante volte con placido diletto, che fiorivano ogni primavera sotto i suoi occhi e ad ogni autunno ingiallivano regolarmente, sempre allo stesso modo; ma se gli alberi erano ancora quelli, cambiata era la sensibilità degli sguardi che vi si figgevano pieni del ricordo di altri alberi, di altre ombre. Stette a lungo colle pupille immobili nella attrazione di quel verde, sentendone la frescura e i misteriosi fruscii e quasi un respiro di persona viva tra fronda e fronda. Si toccò la fronte, la guancia, il collo; chiuse gli occhi e un brivido le passò nell’alto delle braccia....

I giorni che seguirono ella dovette per forza occuparsi di affari e di cure mondane, svolgendo dai veli del sogno la sua personalità effettiva, ma sempre l’accompagnava quell’interno tintinnio giulivo, quel riso d’angeli profondo e sommesso che dall’imo più segreto della sua psiche saliva ad accenderle sul volto una scintilla di rinnovata giovinezza. Con una assenza di calcolo, che nel suo temperamento serio e grave segnava la nota più sincera di quello straordinario amore, non si chiedeva ancora dove il nuovo sentimento l’avrebbe condotta e coll’assoluto disprezzo che spinge gli audaci a sfidare i pericoli dell’abisso tendeva essa pure la fronte e il petto alla sferza del vento, alto il respiro verso la libera vastità dell’orizzonte, bevendo ondate di vita.

Fuori, per le vie della città, ogni cosa le si presentava sotto mutato aspetto. Come il suo passo era più svelto e le sue pupille più lucenti, anche i fabbricati e i negozi e la gente si animavano del suo nuovo punto di vista. Adagiata da molti anni nell’indifferentismo di una rinuncia austera e voluta ritrovava con meraviglia l’antico piacere dinanzi alle vetrine dove l’eleganza più raffinata invita la donna ad ornare la propria bellezza. Non proponeva a sè stessa nessuna mèta, ma il suo sguardo errava carico di rinnovata curiosità su quelle armi dei femminili combattimenti verso cui per un prodigio che ancora non sapeva spiegarsi si trovava di nuovo sospinta. Era una impressione di giuocatore che tagliato fuori dalla partita si sente improvvisamente ripreso, sente tornare ai suoi polsi i battiti febbrili della lotta.

Tale meravigliosa rinascita di sensazioni che ella credeva sepolte per sempre col suo passato le riserbava la sorpresa di vedersi riflessa nella attenzione degli uomini. Quegli sguardi che fra uomo e donna nella età felice si incontrano rapidi e scintillano rubando ad ogni beltà un po’ del suo profumo, ad ogni cuore un po’ del suo desiderio e che i giovani portano con sè, focolare di energie continuamente rinnovate, sorgente inavvertita e diffusa della loro sicurezza, tornavano a lei dai lontani paesi dell’illusione. Quando sorprendeva fermo ne’ suoi sguardi uno di tali sguardi, una commozione non ignota ma quasi dimenticata le accelerava nelle vene il corso del sangue ed ella stessa non si meravigliava più dell’effetto che produceva, poichè una fioritura di giovinezza partendo dal suo interno le inghirlandava la fronte, gli occhi, la bocca, tutta la persona, dei colori della sua gioia.

Dai limbi oscuri dell’età dolorosa ai quali la sua anima già piegava in malinconica rassegnazione un miracolo d’amore l’aveva riportata nei giardini dell’incanto dove ferve la vita. Ella era ancora giovane, ancora bella, desiderata ancora, amata ancora. Quale donna aveva mai ottenuta una simile grazia?

In mezzo alla folla delle strade le accadeva pure di scorgere talvolta o una pallida guancia o una linea delicata che le riconduceva improvvisamente dinanzi il volto di Ariele. Fissava allora quel simulacro come non aveva mai osato di fissare lo stesso Ariele, ansiosa, palpitante, finchè l’inganno spariva lasciandola insoddisfatta eppure eccitata: ed avveniva ancora questo: lo sguardo che pensando a Moena ella aveva arrestato sopra un altro uomo le ritornava carico di improvvisi desideri, sì che intorno a lei l’atmosfera palpitava continuamente delle folli ed inebbrianti sensazioni dei vent’anni.

Ma la sensazione più deliziosa la provava al mattino, quando, appena schiusi gli occhi, il nome di lui le balzava dall’oblio del sonno al ritmo della vita con un trillare d’allodola che si alza nel cielo. Ella nasceva così tutti i giorni alla gioia. Tutti i giorni la divina giovinezza perduta le si riaffacciava nell’amore di Ariele, nel ricordo dei loro silenzi ardenti.

Una visione meravigliosa andava formandosi allora nella sua fantasia. Le sembrava di vedere sè stessa, piccola bimba, incamminata lentamente sull’erta di un monte cogliendo fiorellini e pietruzze, inseguendo farfalle e scarabei, nel biancore rosato dell’alba; e via via che saliva dardeggiando più vivido il sole sbocciavano tutto intorno fiori pomposi, si innalzavano steli, si svolgevano ombre di fronde allietate di canti, popolate di nidi; ondate di profumi attraversavano l’aria a tratti; e se pure a tratti grosse pietre inceppavano il sentiero, se qualche rovo pungeva a tradimento, se qualche serpe strisciava di sotto alle pietre, la smania di cogliere quei fiori, di posare sotto quelle ombre, di udire quei canti, di raggiungere quei nidi, dava forza alla viandante. L’alternativa della gioia e del dolore le svolgeva una trama di vita in mezzo alla natura feconda, sotto la vampa del sole spremente intorno essenze di fiori, tepori di alcove. Nel suo pieno meriggio andava la pellegrina ansando, su, verso la vetta, fra pietre sempre più rudi, fra spine sempre più acute, fra serpi sempre più insidiose cogliendo ancora qualche raro fiore, beando l’occhio sulla porpora disperata del tramonto, china la fronte al mistero dei nidi dove i pigolìi tacevano a poco a poco mentre a lei le forze venivano meno. Di repente il sole scompare, piomba la montagna a picco, precipita la china fra un diroccare di pietre, ulula il vento, sbatte la piova, neri fantasmi attraversano l’oscurità. È il buio, è il freddo, è la morte. L’abisso ultimo sta per inghiottirla!... Ed ecco che mentre ella si abbandona chiudendo gli occhi al gran nulla, un fiume ridente scorre a’ suoi piedi, una barca la raccoglie ed ivi stanno fiori olezzanti, musiche celesti, battiti d’ali, morbidezza di piuma, calore, raggi, vita; e due braccia la stringono e una bocca la bacia col divino bacio d’amore....