In tale poetica esaltazione di spirito ella rivide Moena. Le apparve all’improvviso, come egli soleva, presentandosi in casa sua senza che ella ve lo avesse mai invitato, senza che nessuno dei due avvertisse l’infrazione alla regola, tanto era per loro unico un pensiero, unico un desiderio, usciti entrambi dal mondo reale per vivere insieme quel loro sogno.

E il sogno interrotto riprese con un semplice cambiamento di scenario. Invece del rustico sentiero, della panchina, del bosco, del capanno, il salotto li accolse.

Aveva pur esso ombre discrete, silenzi suggestivi dietro le portiere chiuse, al ticchettìo di una pendola antica, tra gli ori pallidi delle cornici e i fiori languenti nei cristalli. Ella fu felice di vederlo entrare così nella sua esistenza, interessarsi a tutto quanto la circondava, osservare i quadri, accarezzare i velluti, odorare i fiori, riflettere nello specchio il suo nobile profilo, lasciare l’impronta del suo braccio sulla spalliera della poltrona, l’eco della sua voce nell’aria.

La sottile ebbrezza dell’intimità tornò ad avvolgerli, nell’asilo sicuro, dove solo il loro volere era limite al desiderio.

Tornarono a quel singolar parlare di cose indifferenti coll’accompagnamento in sordina dei loro cuori commossi che era uno dei più grandi incanti della loro conversazione, sostenuta sempre nel tono cerimonioso della terza persona, ma anche quello pieno di una tenerezza nascosta, come se ognuno pensasse tu e solo per pudore pronunciasse lei. Persisteva in entrambi così unanime la paura di decadere che la lotta continua che ne derivava era un fascino di più; fascino alato, spirituale, dove i sensi tuttavia non perdevano nulla, anzi si affinavano in un seguito di sensazioni delicate, raggiungendo la trasparenza del liquore che abbandona nel filtro le scorie impure e si condensa in goccia di topazio e di rubino dove l’ardore è raggio e la voluttà essenza inafferrabile.

— Questo lo portava il giorno della conferenza, la seconda volta che la vidi, — disse una sera Moena accennando a un gioiello che pendeva dal collo della signora.

La sua mano dalle forti e belle linee virili contrastava colla pallidezza quasi sofferente del volto; era il volto di un poeta e la mano di un soldato; pure tale mano riattaccavasi alla sensibilità del volto per la leggerezza diafana del gesto che aveva indicato il gioiello, dando alla signora l’impressione vaga di una carezza non eseguita ma pensata.

Rispose sorpresa:

— Come mai lo ricorda?

— Ricordo anche l’abito che indossava la prima volta.