Per quanto la loro intimità crescesse di giorno in giorno, il riserbo di Ariele non usciva dalla signorile compostezza che era una forma del suo sentimento, ma che, senza volerlo, aumentava il pericolo per l’assoluta fiducia che ispirava. Gli accadeva qualche volta di entrare preoccupato e sedendo in silenzio presso a lei prenderle le mani esili e fresche per sprofondarvi la fronte. Stava così senza parlare in grande delizia, ed ella lo sentiva ardere. Anche le posava qualche volta delicatamente la testa sull’omero o sui ginocchi mormorando: “Potessi restare sempre qui!„ Un dolore nascosto gemeva in fondo a quell’abbandono tenero e casto; o forse un seguito di dolori, tutta la tristezza che faceva tanto pallide le sue guancie, tutti i pensieri che oscuravano i suoi occhi sempre un po’ velati.
A poco a poco fluirono le confidenze: l’infanzia orfana, la prima gioventù sciupata follemente, i facili amori che non avevano lasciato traccia, la corsa frenetica dietro chimere che svanivano appena tocche e finalmente la sua donazione intera, anima e corpo, all’idea che riassumeva in sè ogni aspirazione d’avvenire: la patria libera.
Allo slancio di simpatia spirituale che li aveva prima congiunti si aggiungeva ora per i patimenti di Ariele un sentimento di pietà, di tenerezza materna che illudeva a tratti la signora, la quale sobbalzata dalla passione come sopra le onde di un mare burrascoso, ora piena di ardire, ora pavida del vicino abisso, tentava nascondersi dietro la maschera dell’amicizia. Egli insorgeva dolce e fermo: “Non voglio la sua amicizia....„
Una sera osò soggiungere: “Voglio il tuo amore„.
Ella si celò il viso tra le mani e poichè lui insisteva, tenendola stretta ai polsi, pazza ella stessa d’amore e di improvviso desiderio ebbe la forza di gettarsi indietro, spaventata.
— Mi respinge? Mi respinge? — le soffiò egli sulla faccia; ed essendo riuscito a distaccarle le mani la fissava con occhi pieni di tristezza.
— Non sono io che la respingo, — mormorò lei tutta tremante, — è il destino che ci ha posti troppo lontani. Moena, siamo stati molto imprudenti.... Oh! non lei che è giovane, ma io.... io sono la vera colpevole.
— È colpa l’amore? — disse Moena colla sua voce calda che veniva dal profondo.
— Per noi è più che una colpa (sollevò essa pure verso di lui le pupille angosciose), è un delitto di lesa natura. L’alba non può unirsi al tramonto.
— Ma noi fummo due albe! Non ricorda, poichè ha nominato il destino, in qual modo lo stesso destino ci ha guidati l’uno verso l’altra? Lei non fu allettatrice, io non fui seduttore: mai sentimento nacque con maggiore spontaneità, con maggiore sincerità del nostro. Appunto, poichè un abisso ci divide, come dice lei, non la leggerezza dell’età, nemmeno l’occasione ci spinsero ad amarci. Ci amiamo perchè non possiamo fare diversamente.