— E tu comprendi tutto quello che sei per me? una creatura quasi non terrena, tanto mi sembra impossibile ciò che avvenne, ciò che avviene, ciò che dovrà avvenire. Comprendi che finchè il cuore scanderà un palpito tu mi avrai, come nessuna mi ebbe, come nessuna mi avrà; come tutte le forze dell’anima ti desiderano in questo istante?... Comprendi? Addio, addio, fuggo.

Ella non lo ritenne. Sfinita, abbandonata sui cuscini del divano le cantava ancora nell’orecchio la voce di Moena “come nessuna mi ebbe, come nessuna mi avrà„ e una ebbrezza meravigliosa la invase, qual di lama che penetra senza far soffrire, in fondo, in fondo, in fondo, fino a dare la dolcissima morte.

VIII.

Una camera ampia, alta di soffitto. Le pareti dalla imbiancatura gialliccia sono ricoperte di carte geografiche, di un crocefisso e di un ritratto rappresentante una brutta donna austera illuminata appena nelle pupille da un raggio di smorta bontà. Sul pavimento di mattoni all’antica poggiano lunghe tavole dove sono schierati i lavori delle orfanelle simmetricamente disposti sopra un fondo di traliccio verde. Quattro finestre aperte dànno su un cortile magramente alberato, battuto in pieno dal sole; un sole fastidioso che le tende di cannuccia non riescono a tenere lontano, che penetra afoso attraverso gli interstizi gialli e ripercotendosi sul giallo delle pareti diffonde nell’aria un tono persistente e monotono di landa, di aridità, di deserto. Il crocifisso rigido e il rigido ritratto femminile e le carte geografiche col loro reticolato asciutto, tutto pieno della noia e della fatica delle scolare, aggravano l’aere di un imponderabile senso di tedio.

La signora, prima fra le patronesse, girava lentamente intorno alle tavole dei lavori, e una suora, accompagnandola, le andava mostrando i più meritevoli, specialmente un lenzuolo ricamato sulla cui rimboccatura una fontana lanciava il suo getto a punto pieno ricadendo intorno a una vasca dove nuotavano alcuni cigni. La suora fece osservare il rilievo dei cigni che sembravano vivi. — C’è del cotone sotto, naturalmente, — si affrettò a soggiungere poi per scarico di coscienza, schiudendo le labbra a un sorriso meccanico senza luce, mentre con la mano additava altri lavori, tracciando nell’aria brevi gesti concentrici e timorosi che non smuovevano una sola piega della pellegrina raccolta sul suo petto.

— Camicie, pantofole, cuscini, borse da tabacco, posapiedi. Hanno lavorato molto quest’anno le nostre ragazze, — continuò la suora, — e non c’è nemmeno qui tutto. Una tovaglia da altare, commessa dall’Arcivescovo (fece una piccola riverenza) è già partita per una chiesa di Brianza. E si ingegnano anche a disegnare. Guardi questa capanna, abbastanza riuscita, nevvero? Pencola forse un poco a sinistra, ma si può immaginare che vi sia stata una scossa di terremoto.

La soddisfazione di avere detto una cosa spiritosa a una signora del gran mondo diffuse una placida gioia sul volto della suora. Erano quelle le sue grandi occasioni, il cui ricordo doveva bastarle per le lunghe giornate di clausura che sarebbero venute in seguito. I suoi occhi trascorrevano placidi dal punto in croce all’orlo a giorno, accarezzando un mazzo di fiori di carta posati dentro a un vaso di maiolica celeste con tale serena incoscienza di tutto ciò che non fosse scuola, lavoro e preghiera che la signora ne provò una specie di disagio. Pensava: Se le dicessi ciò che mi tumultua nel cuore, ora, mi comprenderebbe?

— Desidera visitare le classi?

— Oh! no, fa troppo caldo.

— Caldo? — ripetè la suora meravigliata. — Abbiamo abbassate tutte le tende per conservare le stanze fresche.