— Come sei bella in questo momento! Ti è venuto un po’ di rosso alle guancie. Mi riappari tale e quale eri quel giorno, sai, della famosa gita in barca? Avevi un abito rosa, allora, e ti si sciolsero le treccie nell’impeto del vogare. Quanti anni sono passati?
Fu la volta di rievocare cose e persone, tanti fatti, tanti avvenimenti che avevano avuto il loro istante di importanza, per cui si era palpitato o riso o pianto insieme ad altra gente che ora non c’era più, morta, dispersa, perduta....
— E l’Adele? Ricordi il suo disperato amore per un uomo che aveva vent’anni più di lei, le sue lettere roventi, i versi che gli scriveva, il proposito di farsi rapire? S’è poi monacata come ne ebbe l’intenzione? Non ne seppi più nulla. A noi ora tali follie non sembrano possibili, vero? Ci vogliono proprio i quindici e i vent’anni per simili ubriacature.
La signora sembrava ascoltare questo cicaleccio sorridendo a fior di labbra, abbandonata sul cuscino di mussolina bianca a trafori che la spalleggiava nella piccola poltrona; ma la sua mano errante intorno ai ninnoli del tavolino aveva una carezza particolare per un cofanetto dove giaceva l’ultima lettera di Ariele Moena; una lettera ricevuta quel mattino stesso, nella quale Moena le annunciava la sua visita per la sera.
— E a teatro vai?
— Qualche volta.
— Io ho veduto appunto ier l’altro la Gramatica nella commedia L’età d’amare. La conosci?
— La commedia? No.
— Magnifica. Gran trionfo per la Gramatica. A quarant’anni l’amore deve tacere e deve morire. Ella ha dato un bel rilievo a questa situazione arrischiata. Non ci voleva meno della sua abilità per rendere interessante una passione che diversamente non si capirebbe.
— Noo?