Tacquero. La notte era scesa, il salotto si riempiva di ombre; ella si mosse per schiudere la luce.

— Restiamo così, — disse Ariele arrestandola con un gesto.

La sua voce era velata. China la fronte sull’omero dell’Unica sembrava riposare in soave dolcezza come uno che da gran tempo non riposa, e lei, sovrastandogli col capo, muta lo riguardava alla tenue chiarità del cielo che per la finestra aperta rompeva appena le tenebre con un lontano riflesso lunare. Sentiva l’amata la gravità dell’ora adducente una fase nuova al loro affetto e desiderosa di cimentare il proprio coraggio gli alitò sul volto: — Parli.

Ma non era forse abbastanza densa la notte per ombrare il pudore di quel grande affanno che trapelava nell’abbandono del giovane. Senza far motto ella gli si strinse da presso accarezzandogli la fronte e le palpebre, nascondendolo contro il suo cuore. Soffi di eternità passarono in quell’amplesso.

— Lei non mi conosce, — disse Moena staccandosi lentamente, riprendendosi.

Un gran gelo strinse l’Unica ai lombi, le salì alla strozza: egli le era tuttora assai vicino per sentire che tremava. Era vero. Non lo conosceva. La rapida ascensione del loro amore, quella vampa che l’aveva investita senza quasi lasciarle il tempo di difendersi, aveva anche soffocato in lei la naturale curiosità. Ignorava troppe cose di lui, del suo passato, della sua vita. Nei loro dolci colloqui non vi era stato posto che per il sogno; giungeva forse l’ora del risveglio? Ma la trepidazione durò un attimo e la fiamma la cinse ancora, bramosa, sitibonda di spasimi. Mormorò in un rantolo: — Chiunque tu sia!

Moena non rispose subito. Nel silenzio che seguì il pulsare dei loro cuori preludiava solo l’angoscia della confessione.

— Quando le apparvi, — egli disse finalmente, — nel salotto signorile aperto ai fortunati della vita, ricorda? potevo sembrare anch’io uno di quei fortunati. Come da un vascello appena varato gli ottoni luccicavano al sole e il pavese sventolava baldanzoso. Non ho avuto io il coraggio di sfidare uno di quei signori perchè aveva insultato la mia patria?

— Ebbene, questo coraggio lo avrebbe ancora.

— Non so.... Io mi domando ora se fui pazzo a riporre la mia fede in una causa che non ha seguaci, a credere amici miei, amici del mio ideale, gente ambiziosa e vile pronta a rinnegare il proprio credo quando il credo non risponde all’interesse: m’illudevo di avere con me un esercito di volonterosi e non era che un branco di assoldati. Oh! è terribile essere solo!