— Perchè? Perchè? — angosciosamente ella chiese:

— Momenti che non può nemmeno immaginare.

Si passò una mano sulla fronte. L’amata ne indovinò vagamente il gesto nell’ombra. Disse ancora lui (e la voce era sempre più fioca):

— Ricorda quando la lasciai dopo i giorni del nostro incontro lassù?... il mio turbamento, che ella prese per freddezza, nell’ora dell’addio?

— Sì, ricordo.

— Avevo ricevuto una notizia grave, la prima di un seguito disastroso, di una infinita sequela di guai.

— Denaro? — mormorò l’Unica col più fievole dei suoi accenti, quasi per nascondere il vocabolo brutale, per mitigarne la stonatura in quel soave concerto delle loro anime.

— Anche denaro, — sospirò Moena.

Pronunciato da loro, nella oscurità del salotto che li rendeva invisibili l’uno all’altra, il simbolo di ogni volgarità sembrava uscire dalla sua forma plebea per rivestirsi di un candore che era significato di fiducia intera. Si sentivano per tal modo maggiormente legati, come nel denudamento di una ferita, come se un nuovo velo fosse stato tolto al mistero del tempo in cui non si conoscevano, acquistando di minuto in minuto la sicurezza che potevano confidarsi qualunque segreto nella fusione assoluta dei loro cuori e della loro coscienza.

Egli le aveva detto una volta ai primi giorni della nascente simpatia: “Crede lei che si ami una donna, che la si ami profondamente, per la sua sola bellezza?„ Allora non si era soffermata su questo pensiero, ma ecco che ora lo comprendeva con una rispondenza di tutto il suo essere. Cercò nel buio la mano di Ariele accarezzandola dolcissimamente, esclamando piano a più riprese: