— Perduto! — gridò l’Unica.
— L’ho riscattato in questi giorni.
La penosa confessione aveva esaurito il giovane. Con voce roca e fioca tentò di aggiungere una parola che non gli riuscì di pronunciare. Fu ancora lei che la indovinò, fu lei che posandogli una mano sulla bocca volle risparmiargli l’umiliazione ultima, ma lo aveva appena tocco che si ritrasse sgomentata. Le labbra di Ariele erano fredde.
Balzò in piedi e corse ad aprire la chiave della luce elettrica. Ah! quel volto! Egli stava riverso, col capo abbandonato, le palpebre chiuse in un languore mortale. Le fini linee della guancia e del profilo, assottigliate in un ritiro improvviso del sangue, apparivano marmoree, accentuando l’espressione di immaterialità che lo rendeva simile in quell’istante a un deposto dalla croce. Si riscosse accorgendosi che l’amata andava in cerca di soccorso.
— Non chiami nessuno, — implorò.
— Vado io....
— No, resti. Non mi occorre nulla, non voglio nulla. Resti presso a me, lei sola.
Con atto di infinita stanchezza le posò la testa in grembo. Ella conosceva quell’atto che era tra i più intimi della loro intimità e le era il più caro per il tenero significato di fiducia che racchiudeva nel suo abbandono quasi infantile; ma vedendolo grandemente abbattuto volle che maggior agio trovasse sulle sue ginocchia e ve lo adagiò supino, reggendogli la nuca sul proprio braccio col gesto pietoso della divina Madre.
Quale mai Calvario aveva egli percorso? Quali cadute lo avevano prostrato? Da quali, da quanti amari calici era sceso il tossico e l’assenzio a violare il fiore delle sue labbra? Molte cose egli aveva dette, ma le più sottili, le più profonde rimanevano chiuse nel cavo delle sue guancie emaciate, nella piega dolorosa della sua fronte dove raggiava il pallore dei martiri, nell’arco dei suoi occhi dove moriva un sogno di eroi.
Insensibilmente il giovane corpo cedeva alla dolcezza del riposo: le membra rigide, le labbra socchiuse nel volto cereo gli dettero per un momento un tale aspetto di cadavere che l’Unica, piegata su di lui, credette di assorbirne l’estremo anelito e tutta conversa su quella bocca che non osava baciare ne sfiorò appena il gelo in un lungo appassionato lievissimo congiungimento, tentando di soffiarvi dentro il proprio respiro; nè mai estasi d’amore felice scosse le viscere di una donna come in quell’attimo sovrumano attraversato dai brividi della morte.