Ella avrebbe pur voluto come l’eroica Sitâ del Ramayana farsi compagna appassionata dell’esilio di Ariele, seguirlo nelle aspre lotte, spezzare con lui il duro pane e come Sitâ gettarsi nelle fiamme per provargli la purezza del suo amore, se al pari di Sitâ nella veste vermiglia della trionfante giovinezza, della imperitura bellezza, potesse dischiudergli le braccia e dirgli: Sono tua per sempre! Ma un amore che non può pronunciare questa promessa ha esso il diritto di esistere?
Finchè Ariele le stava vicino, i suoi sguardi, le sue parole, il suo raro sorriso, i suoi silenzi penetranti erano una realtà troppo cara alla donna amante perch’ella non ne subisse il dominio; ma in quelle sere di solitudine nelle quali Ariele lontano da lei combatteva ignote battaglie, la eccezionalità dolorosa della sua condizione balzava fuori crudelmente nuda da un vero inesorabile e senza veli, poichè non un uomo, non un vincolo, non una legge, non scrupolo, non prudenza, non paura, non rispetti umani le impedivano di darsi intera ad Ariele. L’ostacolo che li divideva era di natura insormontabile, cresceva anzi di giorno in giorno scavando fra di loro l’abisso. Non era già oggi un po’ più vecchia di ieri? E domani?...
Liba l’ebbrezza insieme all’amato, mesci il tuo spirito al suo, fosse un solo istante, e avvenga che può! Sì, anche questo pensava in una ripresa violenta dell’istinto; ma dopo, morire!
La bellezza pacificatrice della morte, quale le si era rivelata la sera in cui aveva tenuto Ariele inerte sui suoi ginocchi, ingigantiva nella sua mente promettendo riposo a’ suoi nervi esasperati, apoteosi magnifica di un amore impossibile. Morire intanto che il suo corpo resisteva ancora all’oltraggio degli anni, intanto che i suoi occhi sapevano ancora accendere il desiderio e la sua bocca soddisfarlo e l’anima sua con ala leggiera ancora non aveva scordate le vie del volo. Morire così, nelle braccia di Ariele, coll’amore di Ariele.
Si inteneriva a tale visione che l’avrebbe assisa nel di lui pensiero veramente come l’unica donna degna di lui. Quale mai fra le tante che lo avevano amato, fra quelle che lo ameranno in avvenire porgendogli ricchi doni di gioventù e di bellezza, quale potrà esalare con più umile ardore l’incenso di un’anima come la sua? Altre lo amino nel tripudio della speranza, nell’orgoglio della conquista, lo amino nella gioia, lo amino nel piacere: resti a lei la sorte divina di soffrire e di morire per lui.
Composta nelle pure linee del ricordo non sarebbe ella l’indimenticata? E se i destini della patria si svolgessero gloriosi dopo il lungo servaggio, se egli avesse la gioia di entrare nella sua città acclamando Trento libera, — qualsiasi l’ora segnata sull’invisibile quadrante, — potrebbe egli attraversare quella via senza guardare quella finestra?... Potrebbe egli non pensare, allora, al cuore che aveva battuto così intensamente accanto al suo?
E più tardi, forse, più tardi, in una blanda sera, fra suoi monti, seduto all’aperto al limitare di un bosco, ascoltando una musica lontana, gli si reclinerà sul petto la pallida bella fronte e qualche bambino razzandogli ai ginocchi chiederà incuriosito:
— Che hai, padre, che piangi?...
Le ultime grigie brevi giornate di novembre precipitavano verso la fine dell’anno. Moena non veniva più tutte le sere, aggravato da una soma di lavoro al quale doveva sobbarcarsi per far fronte a’ suoi impegni e per riannodare le interrotte fila del suo sogno di patria. L’amata restava sola, col vago presagio di solitudini anche più tristi, presagio alimentato dal crudele bisogno di rimuovere il ferro nella sua ferita.
Già erano lontane le ore della letizia prima, quando il cuore le trillava in petto con saluto di allodola allo schiudersi mattutino delle pupille, balzando dall’oblio del sonno al ritmo della vita, nella gioia straripante di sentirsi amata. Il folleggiante fanciullo che è amore bambino le apportava crescendo il pondo grave di ogni maturanza, l’occulto strazio delle forme che mutano, della sostanza che si rinnova, della vita che passa. Troppo sentitamente amava perchè il dolore non fosse con lei e troppo alta era l’anima sua per non accogliere il compagno inseparabile di ogni profondo cuore; ma la legge misteriosa ed oscura che lega alle più nobili coscienze una più forte facoltà di soffrire concede pure l’inesprimibile dolcezza che nel fiero supplizio doveva rammentare a Prometeo l’orgoglio di misurarsi con un Dio.