Ed aveva quel suo dolore latente, diffuso come un velo sulle più dolci ebbrezze, una azione purificatrice che sembrava renderle innocenti, sembrava detergerle dall’originario istinto sensuale sommergendole in tanta offerta di sacrificio, in sì pronta e sincera dedizione che ogni volgare scoria cadeva. Poichè anche stringendo Ariele fra le sue braccia ella sentiva in sè la presenza del dolore, e mai poteva dimenticare la crudeltà del suo destino sì che in olocausto ardente trasformavasi il bacio sulle sue labbra smorte, colpa ed espiazione insieme le era il suo grande amore e perciò sacro.
Per torturarsi maggiormente, per flagellare e per domare i sensi aveva la crudeltà di guardare in faccia l’avvenire e la donna che da soglie sconosciute, ancora non vista ma sicura, avanzavasi lentamente contro a lei, sul suo sentiero.... Colei che l’avrebbe surrogata.
Tenero e grave Ariele l’assicurava che ciò non doveva accadere, che non accadrebbe mai, ch’ella resterebbe l’Unica nel futuro come nel passato. Ed ella taceva, ma non credeva.
Con una raffinatezza da inquisitore si indugiava talvolta a immaginare le sembianze di quella donna, — bella certamente, più bella di lei, sopratutto più giovane, — e il modo e il come della loro conoscenza, e i primi sguardi. Una serpe le si aggrovigliava nel seno a rammentare i silenzi di lui così eloquenti, i parchi detti, il riserbo signorile e pure così penetrante d’ogni suo gesto, quel pallore, quella voce. Sapendo le attitudini care al di lui pensiero e le parole che tornavano più frequenti alle sue labbra ne improvvisava i colloqui: E dove si vedranno? Quali altri luoghi gli saranno prediletti? Quali forme nuove gli si imprimeranno nella mente? Quale colore egli amerà nell’abito della novella amata? In quale ora, in quale istante scoccherà l’attimo supremo?... Aveva allora una visione acuta di ciò che doveva accadere, il ricordo precisando le immagini con un realismo spietato.
Troppo conosceva le minime inflessioni della sua voce, i mutamenti del suo volto, e come s’accendeva il desiderio nelle sue pupille, ed in qual modo e per quale curva lenta e dolce piegavasi la sua bocca al bacio perchè tutto il suo essere non fremesse di un infinito spasimo. Il supplizio era talvolta così forte che decideva di sottrarvisi, di fuggire, per dimenticarlo, per mettere mare e monti fra lei e quell’impossibile amore. Ma egli appariva e ricominciava il sogno.
Sul finire di un giorno d’inverno, — da due o tre giorni non si vedevano, — il caso li pose di fronte nelle vie della città. Fu una gioia improvvisa ed ingenua che li riportò ai loro primi incontri.
— Come lassù, — disse Moena ponendosele al fianco.
Ella volse un poco la testa per guardarlo alla luce dei fanali che stavano accendendo e riprovò la stessa impressione penetrante che aveva avuto una volta alla finestra dell’albergo di Trento.
— Oh! lassù, lassù, — mormorò appassionatamente, — vi ritorneremo mai?
— Io lo spero.