“Un bambino errando per le vie della città si trova dinanzi a un gran muro bianco forato da una porta verde. Un istinto inconsapevole lo spinge ad aprire quella porta ed eccolo in un giardino meraviglioso pieno di fiori olezzanti, di frutti, di uccelli dalle piume iridate e lucenti come gemme, dal canto soave di arpe d’oro. Eleganti pantere, piccoli leoni mansueti gli si avvicinano lambendogli le mani. Schiere di fanciulli sorridenti lo circondano, lo invitano a giuocare ed egli giuoca ed è felice. Tutto intorno a lui è bellezza, luce, armonia, bontà. Come mai egli si ritrova solo, piangendo, in una via deserta sotto la pioggia, sotto le raffiche?... Non glie lo domandate; non lo sa. Ma il ricordo del giardino meraviglioso ritorna periodicamente nella sua esistenza ricondotto quasi dalle crisi successive della vita. Egli rivede ancora la porta verde nel muro bianco, ma tutte le volte che cerca di avvicinarvisi un incidente si mette tra lui e il sogno e gli impedisce di entrare. Quante occasioni mancate! Che struggimento del bene perduto! Finalmente una notte in cui la fantasia eccitata e i nervi tesi gli rendono più che mai imperioso il bisogno della felicità, passando da una via sconosciuta, si trova dinanzi ad una impalcatura che sembra un muro bianco segnato da una porta verde. Col cuore che gli palpita si accosta, apre, fa alcuni passi e cade da un’altezza di trenta piedi. Egli aveva creduto....„.

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Lesse e pianse.

Tutto quell’inverno Moena non apparve in società. Poco noto prima, lo si stava dimenticando. Solo una volta la signora sorprese il suo nome pronunciato da due giovani che stavano in disparte a narrare i particolari di una partita galante.

— Non ci doveva essere anche Moena?

— Non ha accettato.

— È singolare quel giovane.

— Sì, abbastanza. Dicono che sia innamorato.

— Di chi?

— Fino ad ora è mistero, ma sai, sono di quelle cose che si fiutano nell’aria. Presto o tardi lo si saprà.