Ella lo guardò dritto negli occhi, vide che era sincero, esitò. Esitavano entrambi. Furono pochi momenti di incertezza turbatrice.
— Incomincia a piovere, — disse Ariele.
— È vero, — confermò la signora.
Entrarono, rapidi, in silenzio: ella dietro lui, fiduciosa, su per le scale chiare. Quando udì stridere la chiave nella toppa ebbe ancora un istintivo movimento di arresto che le parve una inutile viltà e che superò varcando la soglia alteramente.
Forte delle sue intenzioni, appena messo il piede nelle camere di Ariele sedette sovra un piccolo divano che le si presentò per primo, continuando il discorso interrotto, con tutta naturalezza, come se si fossero riparati semplicemente sotto a una grondaia. Era tuttavia una calma d’apparenza; lo sentivano, se lo leggevano reciprocamente sul volto.
A una pausa del loro conversare la signora volgendo gli occhi in giro li arrestò sopra un ritratto a olio di giovane donna; una delicata e fine e fiera bellezza.
— Mia madre, — disse Ariele.
Ella si alzò, commossa, avvicinandosi al dipinto con religiosa curiosità, con una tenera gelosia del vincolo indistruttibile che legava quella donna ad Ariele. Toccò la cornice, lieve, con un gesto di carezza, mormorando: Fortunata! Le parve allora di potere con maggior franchezza guardare il luogo dove si trovava, i mobili, i quadri. Ogni cosa aveva per lei un interesse profondo, ma anche un mistero inquietante. Moena che le leggeva nel pensiero si affrettò a dire col suo mesto sorriso:
— Tutte queste suppellettili sono un avanzo del naufragio della mia famiglia.
Erano infatti mobili antichi e signorili, qualche ceramica di fabbrica vecchia, una pendola di stile, uno stipo intarsiato, un bel bronzo di soggetto classico. Moena accompagnando lo sguardo della signora e interpretandone l’espressione soggiunse: