— Credo che morirei di fame piuttosto che separarmi da questi oggetti.
Comprese l’Unica allora interamente nella loro intima nobiltà le lotte eroiche e sconosciute del giovane. Più ancora quando aperto lo stipo le volle mostrare i cimeli sacri al suo cuore, i ricordi del congiunto morto nelle prigioni dell’Austria, le ultime righe di lui scritte col proprio sangue, — come la pezzuola di Enrico Tazzoli, — e le lettere, e i capelli che sua madre stessa aveva recisi sulla testa del martire. Moena si esaltava nella evocazione, si trasfigurava sotto la vampa dello sdegno e della pietà; il pallore della sua fronte bellissima lo aureolava di una luce ideale.
— Oh! come la ringrazio, — esclamò, — come la ringrazio di essere venuta! Questi sono brani di vita, della vera vita che non mi è, che non mi sarà mai concessa.
La fatalità inesorabile dei loro destini acuiva in modo meraviglioso l’illusione che li rendeva felici in quell’istante. Un impeto di passione disperata li gettò, quasi inconsapevoli, nelle braccia l’uno dell’altra. Egli la sentì fremere come un giunco sul suo petto, un solo istante, poi subito si divelse.
La signora guardava ora un piccolo oggetto, un ricamo elegante e fresco appoggiato sulla spalliera di una poltrona e che non poteva avere nessun rapporto coi mobili antichi. Anche quello sguardo Ariele comprese:
— Il dono di una amica, — mormorò.
— Non chiedo spiegazioni, — interruppe la signora con insolita alterigia.
— Non può ascrivermi a colpa se prima di conoscerla.... — insistè Ariele.
Ella si pose un dito sulle labbra invitandolo al silenzio ma tutte le sue torture l’avevano ripresa. Eccola dunque, lei, l’invincibile, nella camera del suo amante; eccola travolta dalla volgarità dei soliti amori, decaduta da tutti i suoi sogni. Potrebbe lasciare anche lei un ricordo in quella casa un nastro, un guanto, e quel nastro e quel guanto andrebbero confusi chi sa con quanti altri, dimenticato alfine, spazzato via....
Si strinse nel mantello, gli tese la mano: