— Addio Moena.
— Non così, — supplicò lui.
La prese per i polsi, la fece sedere con delicata violenza sul divanino, le si pose ai ginocchi, e con tenerezza, con umiltà, con quel suo riserbo più avvincente di qualsiasi ardore rifece la loro storia, così semplice, così divinamente pura e divinamente triste.
— Non mi lasci, per carità, non mi lasci....
— Fanciullo! — ella disse.
Ed aveva sorriso. Quando sorrideva sembrava giovanissima.
— Come sei bella! — esclamò Ariele ammirandola.
Si alzò di scatto sfuggendogli verso il fondo della stanza, credendo di dirigersi all’uscita. Si trovò invece presso ad una porta aperta dalla quale scorgevasi la camera di Ariele. Volle retrocedere; ma egli l’aveva raggiunta e gli palpitava nello sguardo quella luce azzurra che l’amata conosceva, che lo trasfigurava tutto. Muto, tremante, la cinse. Anima e sensi spasimavano.
Per un attimo le forze dell’Unica parvero mancare in quella tentazione suprema. La voce di Ariele le soffiò sulle labbra: Mia... — E mentre la serrava anelante al petto, mentre luce e ragione e vita sparivano dai loro sguardi, le labbra baciate mormorarono in uno spasimo di terrore e di ultima difesa:
— No, Ariele.... morirei!