— Oltre l’amore, nevvero? oltre la vita. E così che intendi?
— L’anima tua grande è il mio faro. Credo ciò che tu credi.
E come non avessero più nulla da aggiungere all’armonia dei loro cuori, tacquero.
La notte li avvolgeva morbida e discreta con panneggiamenti d’ombra; il bosco dinanzi a loro commosso da fremiti impercettibili univa il suo respiro all’ansia dei loro petti. Nello stesso momento ricordarono entrambi la sera in cui vi erano penetrati e sùbito l’uno sentì ciò che l’altra sentiva nel meraviglioso intuito della loro vibrante sensibilità.
A lenti passi, senza pronunciare una parola, Ariele si avviò verso i primi alberi radi dove le stelle posavano i raggi attenuati del loro splendore sui candelabri degli abeti. Senza pronunciare una parola l’Unica lo seguì.
Repente uno strido lugubre fendette l’aria. Egli la scorse che trasaliva e stringendola lieve alla vita disse per rassicurarla:
— Non è nulla, un uccello notturno.
Quel contatto tolse a lei un po’ della sua forza. La sua spalla toccava la spalla del giovane; al tenue chiarore delle stelle vide l’avorio de’ suoi denti biancheggiare nel roseo arco delle labbra. Un soffio le uscì dalla gola riarsa:
— Mi ami ancora?
Ariele non rispose, la strinse più forte. L’ora ineluttabile si librava su di essi, fatale, misteriosa, tutta pervasa di passione e di lagrime. Un altro soffio quasi indistinto.