[7]. Rime di Eustachio Manfredi, Nizza MDCCLXXXI pag. 18, nel sonetto che comincia:

Tal forse era in sembianza il garzon fero.

[8]. L'ottenne nel 1730. «La segreterìa di Propaganda (nota il Prior Bernardino) è una carica di molto merito ed onore, perchè tre Segretari ultimamente uno dopo l'altro senza passare ad altri impieghi, furon creati Cardinali, che uno fu il Card. Fabbroni, l'altro il Card. Caraffa, il terzo il Card. Ruspoli, in luogo del quale fu fatto segretario Mons. Niccolò.» Avrebbe egli avuto la fortuna dei suoi predecessori? La morte lo liberò forse dall'ultimo disinganno; poichè, sebbene il Prior Bernardino non ne dica nulla, si sa dal Fabbroni che il Card. Corsini, fratello del Papa, potè mettergli innanzi un suo favorito nel Segretariato della Consulta, ufficio dal Papa stesso destinato al Forteguerri. Egli se n'appagò da prima, ma se ne pentì poi, e tanto ne fu addolorato, che codesto dolore fu forse la principale cagione della sua morte.

[9]. Dopo la morte di Benedetto XIII il Coscia fu molto perseguitato, dovè restituire dugentomila scudi, e fuggì da Roma nel Marzo 1731, trovando appoggio nel conte Harrach vicerè di Napoli. Il Papa lo scomunicò, ma il Coscia continuò a difendersi. Nell'anno 1732 tornò a Roma ove visse rinchiuso nel Castello di Santa Prassede fino alla sentenza pronunziata il 9 Maggio 1733, colla quale veniva condannato alla prigionia per dieci anni nel Castel S. Angelo, e alla scomunica che non poteva esser tolta se non dal Papa in articulo mortis. Fu condannato anche alla perdita di tutti i benefizi e provvisioni, e privato del voto nella elezione del Papa. (V. Muratori vol. XVII p. 49-72).

[10]. Questi applausi infruttuosi crebbero nel quinquennio che visse dopo la morte di Benedetto XIII. Ecco che cosa scrive il Prior Bernardino: «In questo mentre è da notarsi come era gratissima a questo Papa (Clemente XII) la conversazione di Monsignore, quale dovea rassegnarsi per due sere d'ogni settimana destinateli dal detto Papa, che volentieri lo accoglieva, e con istraordinaria confidenza servendosi di lui non poche volte per affari di somma importanza; ed avendo piacere di sentirsi spesso leggere da lui le varie dotte composizioni, che per proprio suo divertimento faceva, le quali tutte si noteranno con ordine in fine di questa Relazione, perchè stanno appresso di noi.» I due luoghi già citati (e che non sono de' peggio) giustificheranno, spero, il giudizio da me dato su questa Vita. Le composizioni del fratello che si vogliono notare, tutte e per ordine, già lo sappiamo, non sono, per il Prior Bernardino, che cinque; e i Capitoli, s'intende, non entrano nel conto.

[11]. Capitolo X, secondo la numerazione della edizione Milanese (Società Tipografica de' Classici italiani, 1813), che noi seguitiamo sempre in queste citazioni.

[12]. La già citata lettera di Nidalmo Tiseo ad Aci Delpusiano ci dà notizia precisa dell'incominciamento del poema. Quanto al termine del lavoro ho detto pensatamente non prima del 1725, perchè è certo che dopo la elezione di Papa Clemente XII (1730) egli ne modificò la chiusa per celebrare le lodi di lui, abbandonando su questo punto l'antecedente lezione, che è forse quella che si vede in un manoscritto della privata libreria del Cav. Forteguerri.

[13]. Cantù, Storia della letteratura italiana, pag. 358, Firenze, Le Monnier 1865.

[14]. Che il Venerosi fosse uomo di molto sapere e autorità ce lo provano, oltre questa intimità poetica col Forteguerri, l'essergli stata confidata dal Card. Fabbroni la magnifica librerìa che lasciò alla nostra città. Attesta del suo sapere anche E. Bindi nelle annotazioni alle tre Epistole pubblicate da Luigi Vangucci nel 1851. È, molto probabilmente, sua una canzone a stampa (con le iniziali L. V.) per il Padre Giuliano di S. Agata, Scolopio, che predicava nella nostra Cattedrale nel 1717. Poichè è tanto raro e scarso quel che può trovarsi di questo amico del Forteguerri, ecco, come saggio del suo scrivere, la VI strofa di questa canzone:

A trar dal forte inganno ove riposa