Pa. Dimmi infine, dove è ridotta la cosa?
Cle. Dirottelo. Mio padre per moglie, quando bene ei non ne fusse innamorato, non me la concederebbe mai, perché è avaro ed ella è senza dota. Dubita anche che la non sia ignobile, lo me la torrei per moglie, per amica e in tutti quei modi che io la potessi avere. Ma di questo non accade ragionare ora; solo ti dirò dove noi ci troviamo.
Pa. Io l'avrei caro.
Cle. Tosto che mio padre s'innamorò di costei, che debbe essere circa un anno, e desiderando di cavarsi questa voglia, che lo fa proprio spasimare, pensò che non ci era altro rimedio che maritarla a uno che poi gliene accumunasse; perché tentare d'averla prima che maritata, gli debbe parere cosa impia e brutta. E non sapendo dove si gittare, ha eletto per il più fidato a questa cosa Pirro nostro servo; e menò tanto segreta questa sua fantasia che a un pelo la fu per condursi, prima che altri se ne accorgesse. Ma Sofronia mia madre, che prima un pezzo dello innamoramento s'era avveduta, scoperse questo agguato, e con ogni industria, mossa da gelosia e invidia, attende a guastarlo. Il che non ha potuto far meglio che mettere in campo un altro marito, e biasimare quello, e dice volerla dare a Eustachio nostro fattore. E benché Nicomaco sia di più autorità, nondimeno l'astuzia di mia madre, gli aiuti di noi altri, che senza molto scuoprirci le facciamo, ha tenuta la cosa in punta più settimane. Tuttavia Nicomaco ci serra forte, ed ha deliberato, a dispetto di mare e di vento, far oggi questo parentado, e vuole che la meni questa sera, e ha tolto a pigione quella casetta, dove abita Damone vicino a noi, e dice che glene vuole comperare, fornirla di masserizie, aprirgli una bottega e farlo ricco.
Pa. A te che importa, che l'abbia più Pirro che Eustachio?
Cle. Come che m'importa? Questo Pirro è il maggiore ribaldello che sia in Firenze; perché, oltre ad averla pattuita con mio padre, è uomo che mi ebbe sempre in odio; di modo che io vorrei che l'avesse piuttosto il diavolo dello Inferno. Io scrissi ieri al fattore che venisse a Firenze; maravigliomi ch'e' non ci venne iersera. Io voglio stare qui a vedere se io lo vedessi comparire; tu che farai?
Pa. Andrò a fare una mia faccenda.
Cle. Va' in buon'ora.
Pa. Addio; temporeggiati il meglio puoi; e se vuoi cosa alcuna, parla.
[I. 2]