Ni. Che so io?

Sofr. Lasciamo ire. Che ti muove a darla a costui? Non si potrebbe con questa dote, o minore, maritarla meglio?

Ni. Si, credo; nondimeno e' mi muove l'amore che io porto all'una ed all'altro, che avendoceli allevati tutti e due, mi pare di beneficarli tutti a due.

Sofr. Se cotesto ti muove, non ti hai tu ancora allevato Eustachio tuo fattore?

Ni. Si, ho; ma che vuoi tu, che la faccia di cotestui, che non ha gentilezza veruna, ed è uso a star in villa tra' buoi e tra le pecore? Oh! se noi gliene dessimo, la si morrebbe di dolore.

Sofr. E con Pirro si morrà di fame. Io ti ricordo che le gentilezze degli uomini consistono in aver qualche virtù, saper fare qualche cosa come sa Eustachio, che è uso alle faccende, in su' mercati, a far masserizia, ad aver cura delle cose d'altri e delle sue, ed è un uomo che viverebbe in su l'acqua; tanto più che tu sai ch'egli ha un buon capitale. Pirro dall'altra parte non è mai se non in su le taverne, su per i giuochi, un cacapensieri, che morrebbe di fame nell'altopascio.

Ni. Non ti ho io detto quello ch'io gli voglio dare?

Sofr. Non ti ho io risposto che tu lo getti via? Io ti concludo questo, Nicomaco, che tu hai speso in nutrire costei, ed io ho durato fatica in allevarla; e per questo, avendoci io parte, io voglio ancora io intendere come queste cose hanno andare; o io dirò tanto male, e commetterò tanti scandoli, che ti parrà essere in mal termine, che non so come tu ti alzi il viso. Va', ragiona di queste cose colla maschera.

Ni. Che mi di' tu? Se' tu impazzata? Or mi fai tu venire voglia di dargliene in ogni modo; e per cotesto amore voglio io che la meni stasera, e merralla, se ti schizzassi gli occhi.

Sofr. O la merrà, o e' non la merrà.