Ni. Tu mi minacci di chiacchiere; fa' che io non dica. Tu credi forse ch'io sia cieco, e che io non conosca i giuochi di queste tue bagattelle. Io sapevo bene che le madri volevano bene ai figliuoli; ma non credevo che le volessero tenere le mani alle loro disonestà.

Sofr. Che di' tu? Che cosa è disonestà?

Ni. Deh! non mi far dire. Tu intendi, ed io intendo. Ognuno di noi sa a quanti di è San Biagio. Facciamo per tua fé le cose d'accordo; che se noi entriamo in cetere, noi saremo la favola del popolo.

Sofr. Entra in che cetere tu vuoi. Questa fanciulla non si ha a gittar via; o io manderò sottosopra, non che la casa, Firenze.

Ni. Sofronia, Sofronia, chi ti pose questo nome, non sognava, se tu sei una soffiona, e se' piena di vento.

Sofr. Al nome di Dio. lo voglio ire alla messa; noi ci rivedremo;

Ni. Odi un poco. Sarebbeci modo a raccapezzar questa cosa, e che noi non ci facessimo tenere pazzi?

Sofr. Pazzi no, ma tristi si.

Ni. E' ci sono in questa terra tanti uomini da bene, noi abbiamo tanti parenti, e' ci sono tanti buoni religiosi: di quello che noi non siamo d'accordo, domandiamne loro, e per questa via o tu o io ci sganneremo.

Sofr. Che vogliamo noi cominciare a bandire queste nostre pazzie?