Ni. Che di' tu? Di' forte ch'io t'intenda.

Cle. Dico che io non so che me ne dire.

Ni. Non ti pare egli che questa tua madre pigli un granchio a non volere che Clizia sia moglie di Pirro?

Cle. Io non me ne intendo.

Ni. Io son chiaro. Tu hai presa la parte sua; e' ci cova sotto altro che favole. Parrebbet'egli però, che la stesse bene con Eustachio?

Cle. Io non lo so, e non me ne intendo.

Ni. Di che diavol t'intendi tu?

Cle, Non di cotesto.

Ni. Tu ti sei pure inteso di far venire in Firenze Eustachio e trafugarlo, perché io non lo vegga, e tendermi lacciuoli per guastare queste nozze. Ma te e lui caccerò io nelle Stinche; a Sofronia renderò io la sua dota, e manderolla via; perché io voglio esser io signore di casa mia, ed ognuno se ne sturi gli orecchi, e voglio che questa sera queste nozze si facciano; o io, quando non avrò altro rimedio, caccerò fuoco in questa casa. Io aspetterò qui tua madre, per veder s'io posso esser d'accordo con lei; ma quando io non possa, ad ogni modo ci voglio l'onor mio, ch'io non intendo che i paperi menino a bere l'oche. Va' pertanto, se tu desideri il ben tuo e la pace di casa, a pregarla che faccia a mio modo. Tu la troverai in chiesa, ed io aspetterò te e lei qui in casa; e se tu vedi quel ribaldo d'Eustachio, digli che venga a me; altrimenti non farà bene i casi suoi.

Cle. Io vo.