Or mentrechè il Brunelleschi se ne stava sospeso tra il dispetto e il sospetto, entra a lui un masnadiere senese, de' suoi più fidati, che avendolo la mattina visto parlare lungamente con Francesco del Manzeca, onorevole cittadino di Porta San Piero, e congiurato coi Bordoni e cogli Adimari, credette lui consapevole d'ogni cosa; e si doleva tra sè che il suo signore non se ne fosse aperto a lui diffidandone o disprezzandolo, così come esso Brunelleschi si sdegnava che i concittadini suoi paressero volergli tener nascosta la trama. Se non che nel cavaliere il cruccio era d'orgoglio torbo e cupo; nel masnadiere di affezione fida, mista all'alterezza del servo che, uso ai segreti del maggiore di sè, perciò solo pretende possederli tutti, e, servendogli, dominarlo. All'uomo d'arme che entrava il Brunelleschi affisse gli occhi negli occhi quasi volesse per forza trarne un qualche lume a' suoi dubbii; e dopo breve tacere:
«Che novelle?»
E senza aspettare risposta, come suole chi per affrettarla, la impaccia e ritarda, soggiunse:
«Gravi!»
E sopra pensiero accostò al sinistro fianco la mano. Al quale atto il masnadiere, consentendo prima con la persona che con l'anima, come è vezzo di quella gente, mise la mano alla daga che aveva sotto, e con voce piana rispose:
«Messere, io avrei a dolermi di voi.»
Il Cavaliere, fatto sempre più ansioso, bramava strappargli dall'anima le parole; nè mai l'albagia imperiosa dei grandi gli si fece sentire tanto tormentosa e tiranna. Ma conveniva contenersi, e ricevere a stilla a stilla, come al servitore piaceva, quello di che egli ha sete tanto affannosa. Abbassando gli occhi, che non vi si leggesse la voglia impaziente e lo sdegno mal represso, rispose:
—Di'.
—Voi siete avviato a impresa onorata e di pericolo; e la celate a me che sapete...