—Di' quel ch'è a tua notizia.
—Ma, e voi, signore, non aprite a me che l'orecchio? Noi siamo braccio, non lingua.
—Voi siete cuore. Di' quel che sai, acciocchè le parole mie confuse co' tuoi pensieri non intorbidino la verità di quanto hai raccolto tu stesso, e che mi giova conoscere per l'appunto.
La lode tanto più acuta quanto più breve alla sua fedeltà, fece all'uomo quel che fa sprone a cavallo docilmente animoso. E mescendo i conforti e il congratulare alla sposizione de' fatti, narrò cose al cavaliere inaspettate; e da ultimo, come i Fiorentini mandassero per intendersi col Comune di Siena. Questo pareva al masnadiere suggello di buona speranza; onde l'altro coprendo con un sorriso di scherno la confusione dell'animo:
—Ecco il Senese! Ma se il comune di Siena fosse contro di me tuo signore e che t'amo?
—Messere (rispose il servo, levando la fronte altera), io sono di nazione Senese.
Indispettito non tanto della risposta, quanto di sè medesimo, il Brunelleschi gli comanda d'attendere lì presso, e rimane alle prese co' proprii pensieri. E la coscienza e l'odio gli parlarono dentro così:
«L'Adimari de' loro? E io posso con una parola aprirgli sotto i piedi la terra che lo ingoi.—Ma quel sangue chiazzerà il viso mio: e saranno confuse con esso le lagrime d'una figliuola orfana, di Matilde.—E che? se il mio capo stesse sotto la scure d'Antonio degli Adimari, ne asterrebb'egli la mano?—Ma se alcuno de' miei partecipasse alla setta?—I' lo saprei.—E forse questo masnadiere è mandato dal duca a tentarmi: e s'io non rivelo, muojo.—Ma s'io rivelo, non creduto; o se, com'avvenne d'altri, mi si apprestano, a merito del mio zelo, le tanaglie roventi? Da ogni parte la morte: di qui la vendetta, di là la vergogna.—Vergogna? Son io forse di coloro che andarono di notte a Santa Croce a consigliarlo prendesse la signoria? Son io Arrigo Fei creator di gabelle, o Giulio d'Assisi carnefice? O uno de' vescovi che per conservare le loro terre si tengono aggrappati a lui? Ho io mai piaggiata la costui villania? Ho io portate le grosse fibbie e il puntale alla foggia francese, per compiacergli?—Ma che diranno di me? E che si dice del Fei, che del duca? Nulla, o come se nulla. O taccia o mormori, o urli o esclami, il popolo è iniquo o matto: s'impenna come destriero, poi si china e pascola come capra.—E forse le cose che son gridate dannose e infami, son utili e pie. Una parola mia può forse essere risparmio di terrori e di sangue. E chi sa se a questo reggimento non istia sotto un peggiore? Il popolo briaco non sa che sonare campane e bruciar libri, e gridare viva e muoja: ma all'ubriachezza succede il sonno; e allora i forti lo legano, i vili lo rubano; e, desto, e' rigrida viva e muoja, secondo che la memoria o un impeto nuovo gli detta. E chi sa quando un popolo dica davvero? Iddio.—Forse la mia parola affretta a questi o ad altri cospiranti il momento del prorompere, e li fa per disperazione animosi: forse la vita stessa del nemico mio la faranno salva il suo nome, il terrore del duca.—E cotesto duca io l'aborro: e quando il tempo verrà, avventerò anch'io il mio quadrello. Intanto, se questo è un laccio del Francese, strighiamcene; avviluppiamo lui; guardiamogli in faccia, caviamogli parte del segreto suo dalle viscere. Scoprire quel ch'egli sa e quel che pensa, può essere forse salute e benefizio di tutti. Se non è, gastighiamo l'orgoglio dell'Adimari, e in lui de' suoi. E s'egli è detto che s'abbia a morire, (or che è la vita?) morremo.»