Gualtieri a tali motti, a' quali era solito rispondere con ghigno turpe o con turpi parole, diceva nulla: ma al consiglio poneva mente; se non che pareva a lui non gustare tanto il crudo sapore della vendetta, quanto altre volte soleva.


De' trecento rinchiusi i pensieri, sotto sembianze conformi, erano diversi, e d'altri, sotto diverse, conformi: nè i più loquaci nè i più taciturni, nè i più vantatori nè i più dimessi era da credere che fossero i più tranquilli nello spirito e più animosi; chè nessun segno di parola o d'aspetto è comunemente e perpetuamente verace. I men timidi per sè, temevano per i cari loro, per la patria temevano, e gli sapeva amaro vivere e morire in gabbia, e non nella luce dell'aperta battaglia. E però l'esultazione minacciosa e gli scherni di taluni tra' compagni guardavano con disdegno o con pietà, temendoli alla stretta della prova estrema ineguali. Altri si rammaricava dell'aver poco osato, altri del troppo; nè i primi erano i più coraggiosi: altri chiedevano consigli, altri più abbisognanti ne offrivano. Chi tentava il vicino per iscoprire in lui qualche segno di trepidazione che fosse scusa alla sua, e gli desse adito a sfogarla, o a temperarla vigore. Chi meno ebbe parte nella trama, non tanto perchè più timido s'aspetta peggio, quanto perchè sa, nei men forti quasi sempre riversarsi la tempesta dei casi. Tutti però, qual più qual meno, speravano nel timore del duca, e negli inesplicabili ma infallibili augurii della giornata; nè cercavano, come un tempo, dei servitori di lui per ammansarli o per conoscere il proprio destino; e questi, cercanti di loro con nuova affabilità, e' li accoglievano come se il duca prigione, essi in seggio.


Questa medesima sera che precedeva il dì di sant'Anna, nelle case degli Oricellai s'erano adunati i consorti di Antonio degli Adimari, e tutti que' della terza setta, con altri nuovi, chiamati in parte dell'opra. Tra i quali era Francesco Brunelleschi: a cui, veggendo le forze della città crescere, sempre più pareva diventar cittadino: nè egli della cagione del suo infervorarsi ben s'accorgeva. Agli adunati Cosimo Oricellai prese a dire:

—Cittadini, non tutti di voi sanno appieno le cose da noi ordinate per trarre la nostra repubblica di mano al tristo signore, del quale i misfatti non è necessità ch'io rammenti. Basta che, ne' dieci mesi di sua signoria e' s'appropriò quattrocentomila fiorin d'oro del nostro, senza quelli ch'e' trae dalle terre circostanti: col quale oro avremmo noi potuto innalzare e tempio maggiore di santa Reparata, e altri pubblici edifizii da chiamare sopra la nostra città le benedizioni del cielo e l'ammirazione del mondo. Tempo è oramai di sapere se il giglio rosso debba in perpetuo cedere il luogo al leone a oro; e se dal collo del leone debba pendere, quasi preda o trastullo, l'arme del popolo fiorentino. Quale sia l'animo de' più, e de' più ragguardevoli fra' cittadini, gli occhi e gli orecchi vel dicono. Siccome a' grandi e a' popolani ed al popolo minuto e' promise fallaci promesse, e popolani e grandi e popolo minuto stann'ora contro lui: e siccome e' fu creato signore della città e del contado, giusto è che l'oppressore della città e del contado sia dall'armi dei cittadini e dei contadini, insieme pronte, punito. Le antiche gare tacciano, o cittadini, per poco. Rammentatevi che sola la nostra grande discordia ci diede alle costui lorde mani. Sian tutte contro lo straniero le ire, e contro i satelliti suoi. E, pure tra gli stranieri, discerniamo i baroni e i contestabili al lor tristo uffizio repugnanti, da quelli i quali gustano a sorsi il vitupero: chè non ogni guarnacca stretta copre il petto d'un cavaliero sleale, nè ogni manica pendente a terra nasconde una mano artefice di viltà. Ma de' consiglieri e de' bargelli del duca, corrotti in ogni vizio, quello si faccia che sarà in piacere al Comune ed al popolo di Fiorenza. L'iniquo duca, su quella ringhiera dove sedette il dì di Nostra Donna, e ne scese oppressore nostro, su quella gioverà che riceva gli omaggi debiti a signore turpissimo. E prima che sperdere il tempo e i fiorini ed il senno in luminare e in falò, siccome facemmo allorchè creammo il tiranno (ed era degno auspizio di tirannia), meditiamo fin d'ora come sanare le piaghe dell'afflitta città; richiamare gli sbanditi e i rubelli; rendere i debiti, per cagione de' quali, altri (e nol dico a rimprovero) tolse in casa lo straniero vorace, sperando per sua soperchianza francarsene; rimettere in onore gli ordini antichi delle arti, i quali da' minuti artefici furono dimembrati per volere maggiori salarii, e non li ebbero. E poichè la comune calamità fece a ciascuno riconoscere i propri errori, facciam senno, carissimi cittadini; e la impresa nostra a Dio misericordioso e a Cristo liberatore e al Battista, della nostra città protettore validissimo, raccomandiamo.»

Presso la fine di queste parole era entrato Tile de' Benzi de' Cavicciuli, e postosi a sedere non lontano da Francesco Brunelleschi e da Filippo Bordoni. Finito ch'ebbe l'Oricellai, sorse il Bordoni, e traendo la spada, senza far parola s'avventò sopra Tile, il qual non trasse la sua. Ma il Brunelleschi ed altri tenendolo: «Che fai?» gridarono.

«Punisco un vil traditore, quello per la cui tristizia, o Adimari, il consorte vostro è in palagio.»