Tile senza mutare nè viso nè voce disse: «Filippo, i' ti perdono, perchè tu se' ingannato.»
Ma il Brunelleschi intendendo la cagione dell'ira, e morso dalla coscienza, parlò: «Filippo, tu se' ingannato. Non Tile, ma uno masnadiere sanese noto a me, rivelò quello perchè l'Adimari è nelle mani del duca. Ad altro tempo ogni cosa ti sarà chiaro: ma questo io giuro dinanzi a tutti; e chieggo a voi, cittadini, che il capo di Tile sia salvo e onorato.»
E perchè tutti sapevano la forte e schietta e non loquace virtù di Tile, assentirono. Filippo, preso da subita fiducia e vergogna, gli tese la mano: ma Tile, la mano di lui posando sulla propria spalla, e le sue braccia stringendo al petto del Bordoni, l'abbracciò senza far motto: di che fu grande negli astanti la gioja.
Allora l'Oricellai ripigliò: «Cittadini, il pericolo stringe: e l'indugio d'un'ora può essere ruina. Domani innanzi all'alba, si farà nelle case de' Bardi adunata de' cittadini di tutti i sesti della città: questo i Bardi chiesero a me spontanei, pregando, che quanti io stimavo da ciò, convocassi. I capi di ciascuna via o setta (se sette sono) convengano; e, s'hanno fede nella fede nostra, si scoprano.»
Era già tarda la notte. Usciti delle case degli Oricellai, molti stettero vegliando e aspettando l'aurora.
Andavano taciti di contrada in contrada per cercar dagli amici, da' congiunti conforto ai dubbii, esca alle ire, alle speranze alimento. Ma dei dubbii rimaneva sol tanto quanto servisse a ispirare prudenza e modestia; e le ire, consentite da molti e rallegrate dalla speranza, si mutavano quasi in affetto. I sensi, più acuti che mai, recavano ad ogni momento nuove impressioni di sospetto; e ad ogni momento gli animi, ancor più acuti al bene desiderato, trovavano nuova cagion di sperare. Lo scalpitare ardito, il ciampeggiare sommesso, il picchiare piano alle porte, qualche mal compresso grido di dentro, il tintinnire dell'armi smosse, gli antiporti socchiusi, uomini sui veroni in atto di guardare e d'attendere; segnali di fuoco su Arno, segnali sui colli dintorno; e apparire e sparire di lumi che trapelavano dalle accostate finestre; dappertutto un commoversi pieno di vita e di minaccia.
I Francesi, usati in parte al brulichio delle notti estive fiorentine, poi stanchi dal lungo vegliare, poi rassicurati dagli ostaggi che avevano in palagio e dalla naturale spensieratezza e animosità, e rinvolti in quel velo di caligine che scende sugli occhi alla gente, condannata a perire, non s'addavano del pericolo. Solo il duca affacciandosi, e tendendo gli orecchi all'insolito bisbiglio, temeva; ma spaurito del proprio spavento come di malo augurio, non osava nè ad altri dirlo nè a sè, simile a fanciullo che chiude gli occhi e si rannicchia per paura.
I messi del vescovo circondavano non visti il palazzo, correvano la città, annunziavano ogni cosa a lui, pieno di fiducia inquieta. E' s'ingegnava in quell'impresa discernere la giustizia dalla vendetta; e delle due cose insieme attortigliate non sapeva come spegnere questa senza offendere quella. Pregava ad alta voce; e ogni tratto nuovi messi e dubbii nuovi, e nuovi alimenti all'ira interrompevano la preghiera; ed egli la rannodava da capo inginocchiandosi: e poi quando l'imagine dell'urgente pericolo gl'invadeva l'anima tutta quanta, allora, con la faccia china nelle palme, e' si perdeva quasi in un sogno affannoso, e se ne riscoteva a nuovi colloquii e a nuova preghiera. Chi dirà quante volte egli fu vincitore dell'odio suo, quante vinto? Chi dirà come gonfi, e dove franga, e in quanti sprazzi se ne vada ciascuna onda di mare in tempesta.
Fu picchiato sommessamente alla porta di molti conventi, e chiesta da uomini preparati a morire la confessione, il viatico, la benedizione dell'armi. Cenni degli Oricellai, ora frate Domenico, dalle finestre del chiostro ascoltava il confuso rumore delle voci, de' passi, dell'armi; e le antiche ire gli ribollivano, come lava freddata che si rinfiamma e scorre in rossi torrenti. Gioiva della imaginata vendetta, vedeva il carnefice di Naddo essere straziato da lunghe carneficine: e perchè la ingiuria propria gli pareva di tutte più rea, a quella avrebbe voluto che il duca morendo pensasse, a quella recasse, come a principal causa, la sua rovina. Anelava a pascere gli occhi negli occhi del tristo morente, a conficcargli nel cuore qualche parola apportatrice d'affanni intollerabili. Si vedeva rivestito dell'armi, ringiovanito nell'ira; e gli pareva avere dai proprii affanni acquistato diritto a aggravare fino alla disperazione gli altrui affanni. Nell'ebbrezza della fiera gioja esultava, misurando la cella, come tigre che si rigira nella gabbia ferrata, e di tanto in tanto scrolla con l'ugna le sbarre sonanti.