Mentr'egli agitava nell'anima questi pensieri, viene uno de' grandi, pronto a battaglia, a confessarsi a' suoi piedi. E detto che ebbe gli altri peccati, confessò gli odii che gli parevano inestricabili dalle speranze, e chiese consiglio come combattere con amore, come morire senza paura e senz'ira. A questa domanda il vecchio si riscosse, e interrompendo all'altro le parole: «Fratello, gli disse: a me chiedi consigli d'amore, a me, anima dall'odio ulcerata? Tu non sai i miei dolori: non sai quanti peccati furtivi, impotenti, vili, si vengono consumando nei segreti dello spirito mio. Io non son degno nè di consigliarti, nè d'udirti, nè d'alzare gli occhi a questo crocefisso che morì perdonando. Che vuoi tu ch'io ti dica? Di quale peccato poss'io riprenderti? Da quale proscioglierti? Io confesso innanzi a Dio e innanzi a te l'indegnità mia, e te prego, preghi per me ch'e' m'ascolti. Oh fratello, preghiamo insieme!»

Il vecchio s'inginocchiò accanto al guerriero armato, si chiuse il volto nelle mani, e singhiozzando gridava: «Perdonaci, come noi perdoniamo.—Noi perdoniamo», ripeteva, come per figgersi in mente il senso di quella dolce parola; e abbracciava l'inginocchiato al suo fianco, e piangeva. La canizie del frate, mista all'ondeggiante capigliera del giovane armato, implorava mercè da Dio, e l'otteneva. «Figliuol mio, disse riscosso a un tratto, così Dio assolva me com'io nel suo nome t'assolvo.» E dicendo, figliuolo, pensò all'unico suo, pensò all'uccisore di lui; e ambedue li congiunse in una ineffabile comprensione di carità.


Nelle case, chi traeva fuora le vecchie lance o balestre, chi le spade affilava. I fanciulli riscossi dal sonno domandavano senza paura il perchè del trambusto, e dell'ignota novità giubilavano. Altrove pregavasi a bassa voce devotamente: molti de' più animosi dormivano, e sognando battaglia, si risentivano ad ogni tratto.

Coloro stessi che prima non davano mente a ciò, in quella notte macchinavan trattati, e agli amici, già d'altra congiura partecipi, li esponevano. Andavano spontanei, e non consapevoli, a profferire ai congiurati l'opera loro; e questi allo sguardo, all'accento riconoscevano la franchezza dell'amica profferta. Gl'incerti e i timidi strascinava l'esempio; e coraggiosi li faceva la paura di tanto coraggio. Così nella mischia il temente, dalla calca sospinto, corre al pericolo con quant'impeto da lui fuggirebbe. Ma i tementi eran pochi: uno spirito nuovo li portava insieme con pari impeto tutti. Non pensavano nè alla sconfitta, nè alla vittoria; pensavano a combattere, come l'affamato s'avventa a mangiare. Del come, del perchè, dell'esito, non disputavano; e la semplicità dello scopo a cui miravano tutti, li faceva concordi. Delle donne stesse non molte temevano, molte confortavano di parole e d'amplesso i lor cari: un solo pericolo stava nelle menti di tutti, il pericolo del Comune.

Sole le innamorate del soldato straniero tremavano: e qual piangeva celatamente, quale sconsigliava il marito o il padre dal combattere; quale confessava gli adùlteri amori, forsennatamente disperata. Quella dura notte scontò quante mai gioje, o infelici, provaste nei brevi colloquii e nei lungamente desiderati e temuti abbracciamenti. E alle più di loro il pericolo del capo amato apportò maggiore ambascia che non facesse la perdita; e più piansero temendoli che sentendoli uccisi.

Siccome agli oppressi da grave malattia un punto che varchino è morte o salute; così quella notte agitava i tuoi destini, o diletta città. Una subita pioggia, un incendio, una falsa novella, eran forse sufficienti ad allentare quell'impeto: ma le stelle del cielo, quasi guerrieri armati in ischiera, vegliavano, Fiorenza, su te. I Santi nati e cresciuti nel tuo dolce seno ti guardavano dall'alto pregando; e ai tuoi passati mali, e ai mali e alle vergogne avvenire questa gloriosa tregua, questa espiazione memoranda impetravano. A te, gentile atomo della terrena polvere, popolato d'anime e di memorie immortali, conservatore d'un'immortale parola, a te gli spiriti del cielo congioivano di questo, ahi troppo breve, trionfo. O città de' miei desiderii, poichè non tu per la mia parola, possa la mia parola essere illustre per te; e i Fiorentini che di qui ad età molte, più pii e più fortunati, vivranno, sentire che amor di fratello moveva il mio canto, e con amore fraterno ridire il povero nome mio.


Dopo la mezzanotte, quando il rumore dei passi, il bisbiglio delle voci, il cigolio delle porte, e quell'indistinto susurro che annunzia un agitarsi insolito di anime umane fu queto; s'udì, dopo la mezzanotte, un picchio sommesso alla porta delle case degli Adimari, il qual riscosse Matilde, che, stanca del piangere, giaceva sul letto trasognata. La scosse come suono amico, aspettato: ond'ella balzando, scese animosa, ansiosa, quasi lieta, ad aprire, come se corresse a rincontro del padre. Gli era Cosimo Oricellai, che tra l'uno colloquio e l'altro, sacri alla salute della città, si ricordò del dolore della fanciulla e delle raccomandazioni d'Antonio: e abbracciate, forse (pensava) per l'ultima volta, le figliuole proprie, veniva a lei.