Filippo Bordoni, tra lieto e vergognoso (ma la gioja e la maraviglia vincevano), s'alzò; e voltosi a Tile in atto fraterno: «E io a messer Tile, onorevole cittadino, chieggo, innanzi a questi spettabili uomini e innanzi a Dio, perdonanza dell'avergli fatt'onta; e di qualsiasi ammenda a lui ed a voi piaccia imporre alla mia subita diffidenza, sarò contento e onorato. Poi debbo, in nome della mia setta (a queste parole corse per gli astanti un mormorio di maraviglia ineffabilmente lieta; e si guardarono tutti in viso, come gente che, stata sotto maschere, si scoprano, e si riconoscano amici desiderati); debbo in nome della mia setta, della quale era capo messere Antonio degli Adimari, e ora sono Simone e gli altri consorti suoi, alla quale appartengono e gli Oricellai e altri molti (non dico de' Medici paurosi che qui non vedete, e degli Aldobrandini, de' quali i più fuggirono all'ombra di qualche foresta o nel campanile di qualche badia); debbo in nome della mia setta, alla quale altre parecchie si sono unanimamente congiunte, con artigiani, e popolo minuto, e stranieri, buona gente tutti, rendere grazie, o messere Andrea di Filippo de' Bardi, a cotesta spontanea significazione delle vostre volontà, alla quale acconsentiamo, e promettiamo comuni con voi le forze e gl'intendimenti nostri.»
Allora messere Agnolo Frescobaldi parlò in questo modo: «Il vecchio nostro zio, priore di Sa' Iacopo, o cittadini, saputo che ebbe della nostra impresa, volle esserne partecipe anch'egli: e disse, tra i più santi uffizii del ministro di Dio essere questo di difendere da ogni reo la città nella quale Iddio lo fece nascere, e il fonte del suo battesimo. Ond'egli da più giorni va seminando nel popolo: e già molta messe è matura. Ma perchè l'uffizio suo lo tiene altrove a quest'ora, comandò a me vi facessi noto il suo animo ed alla impresa v'incuorassi, e vi pregassi per lo nome di Dio, deponghiate ogni ingiuria e malevolenza, e siate tutti un cuore ed un braccio. Al qual fine, celebrando la messa d'ieri, il venerabile vecchio posò sull'altare queste due spade che qui vedete; e dinanzi al santissimo corpo di Cristo le benedisse; e a que' due le destinò che, nemici o avversarii, in questo consesso primi si abbracciassero in abbracciamento di pace.»
Dopo le quali parole Corso d'Amerigo Donati si levò, e andando a Giramonte Frescobaldi con quell'empito che altra volta l'avrebbe cercato per forargli il costato, lo abbracciò strettamente; e ad un punto entrambi proferirono la parola fratello. Della qual cosa Antonio degli Albizzi lieto, tolse le due spade, e portele a loro, esclamò:
«Queste spade sull'altare di Dio consacrate, e ministre d'amore, siano senz'odio e senza paura adoprate contro i nemici nostri. E tu, Bindo de' Pazzi, prenditi in quella vece la spada che Giramonte de' Frescobaldi portava; e tu, Piero de' Bardi, quella di Corso Donati.»
Filippo Brunelleschi si stava confuso in un canto, e voleva pure consumare un duro sacrifizio, a che era venuto: ma la vergogna, e parte il timore, ne lo ratteneva. Alla fine, fatto animo (e come peccatore ipocrita che deliberi svestirsi l'uomo reo, e rivelare al confessore le sue brutture), parlò:
«Cittadini, io vengo, fidato nella magnanimità vostra, e più nel mio pentimento, a confessarvi un peccato che mi fa insopportabile l'aspetto vostro e del sole, e la vita. Pregovi non vogliate interrompere le mie parole.» (Ciascuna di quelle parole era come ferita che un ferro scanalato gli aprisse nel petto: ma più andava egli, e più si sentiva alleggerito; e quanto spregevole agli occhi degli uomini, tanto meno indegno si faceva ai proprii e di Dio.) «Messere Filippo Bordoni, jernotte, io vi dissi che non già Tile ma un Senese, masnadiere de' miei, ebbe al duca rivelato il trattato. Ora vi dico che quel masnadiere io condussi al palagio. Temetti, codesta non fosse insidia di Gualtieri per tentarmi; e l'antico odio contro gli Adimari, confesso, mi vinse. Potrei recarvi cagioni da alleviare il mio fallo; ma sarebbero del fallo più ree. D'ogni qualsiasi pena io mi sento meritevole: chè nessuna m'è più terribile del mio rimorso. Or tutto me nelle mani vostre abbandono. Ma se non credete la mia miserabile vita indegna che sia spesa per la nobile patria da me vituperata, questa grazia, cittadini, vi chieggo: e il corpo mio, dalle spade francesi straziato o monco, siccome leal debitore, alla vostra giustizia renderò.»
Tutti tacquero. Nessuno osava rimproverarlo, nessuno difenderlo. Moveva a maraviglia il tradimento; la confessione del tradimento a non minor maraviglia. A tutti pareva non si sarebbero lasciati ire così basso: a nessuno pareva ch'e' si sarebbe potuto levare a sì ardua umiliazione. Tacevano, pensando al pericolo corso e al da correre, all'Adimari prigione, alle calamità della patria. Ma ne' più giovani potendo più il disprezzo del male che la stima del bene, l'ira a poco a poco cominciò a ribollire: e Filippo Bordoni parlò, sommesso in prima e quasi vergognoso, poi tanto più s'accendeva quanto più sentiva i rimproveri essere importuni e crudeli.
«Dunque per lui poco stette ch'io non mettessi le mani nella vita d'un onorevole cittadino!
—Per lui, soggiunse Bindo de' Pazzi, Antonio degli Adimari sarà preda al lupo d'Assisi!»
E il Bordoni: «Per costui tante congiurazioni, tanto faticosamente condotte, e con tanto duro sacrifizio degli odii fraterni, sarebbero cadute a vuoto!