—E forse sono: rincalzò il Pazzi infuriando. Ah se mai l'empio straniero dovesse dissetar la sua rabbia con nuovo sangue, io spero almeno che Dio ci lascerà libero il braccio tanto da fare vendetta del costui tradimento.»
Allora il Brunelleschi accostandosi al Pazzi senz'audacia e senza paura: «Le ire vostre, gli disse, non temo, nè i ferri: ma l'infamia, e la coscienza mia temo. Se credete me vittima necessaria, eccomi. Nè fuggirò cotesta spada; e son venuto qui senz'armi ad affrontarla, e, più pungenti d'ogni spada, gli sguardi e il silenzio degl'incolpabili cittadini che sono qui. Se aver confessato il peccato, se chiedere d'espiarlo non basta; che altro volete da me?
—Che tu taccia (gridò imbestialito il Pazzi), e tolga a noi il malo augurio dell'aspetto tuo. Se per confessioni e per tarde ammende si potessero lavar, come cenci, i tradimenti, l'arte del traditore sarebbe tra tutte più facile e più gloriosa.»
Antonio degli Albizzi non potendo patire tanta durezza: «Messer Bindo, disse, vo' sete giovane, e le ire vi abondano sopra la pietà, perchè non sapete ancora nè le difficoltà della vita nè i pericoli della virtù. Io qui non entro difensore di Francesco Brunelleschi, nè egli vorrebbe: ma dico a voi, messer Bindo, che preghiate Iddio caldamente, vi guardi dalle tentazioni del male; perchè l'uomo è debole e cieco, e il suo domani non sa.
—Sere Antonio, rispose superbamente il giovanetto, mi credereste voi anima già fradicia e già disposta a viltà?
—Io vi credo un'anima umana. E se uomo siete, piangete gli errori degli uomini, e non vogliate incrudelire in colpa che Iddio forse ha già perdonata.
—Fratelli, non siamo più severi di Dio.» Questa voce uscì d'una stanza vicina, e parve venire dall'alto. Poi l'uscio s'aperse, e l'Acciaiuoli apparve, il vescovo di Fiorenza. Tutti assorsero (confortati e parte maravigliati a quell'aspetto): e si fece silenzio.
«Altra impresa, cominciò il vescovo, abbiamo alle mani, che gastigare i fratelli nostri pentiti; ed è male, mentre che gli odii antichi si spengono, attizzare odii nuovi. Correggiamo i difetti nostri, o carissimi cittadini, prima che fulminare gli altrui; abbiamo tra noi carità, acciocchè piacciamo all'Altissimo. Noi siam qui per riprendere di forza la potestà che il duca d'Atene ha con tradimento usurpata sopra il Comune e popolo di Fiorenza: e a voi più che a me sono chiare le cagioni perchè ci è forza ribellarci dalla costui signoria. Sola una io aggiungerò, che più s'appartiene al mio ministero: gli scandali de' quali costoro ingombrano la Chiesa di Dio e 'l disprezzo in cui tengono le cose sante. Già questo è antico vezzo della casa di Francia, sotto colore di proteggere Chiesa Santa e i pastori di lei, quella porre a mercato e fare prostituta, questi rubare e avvilire. E sapete quello che il nostro poeta Dante cantò della mala pianta che la terra cristiana tutta aduggia. Gli strazii che di Bonifazio, amico e nemico, e poi di Clemente, furono fatti, son tuttavia fresca cosa: e duca Gualtieri dimostra anima e ingegno accomodati a seguire i turpi esempi de' suoi. Non mandò egli al papa per licenza di disfare tre nostre chiese, a fine di meglio munire e d'ampliar la sua tana? Buon per noi che da Roma non gli fu consentito: ma da lui non mancò. Adunque ogni divina legge ed umana ci persuade a ribellione contro cotesto iniquo uomo: al che, Fiorentini, certo non vi bisognano incitamenti. Or vediamo de' modi.»
L'Oricellai disse: «Io propongo, se a voi parrà, che qui da Oltrarno i Bardi e i Frescobaldi sieno conduttori d'ogni difesa ed assalto; dalla nostra banda, quest'onore si renda, per Antonio degli Adimari, a' consorti suoi, ch'eglino siano capi de' cinque sesti.»